Canto XXVII

Oh me dolente! Come mi riscossi quando mi prese dicendomi: “Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!”

Argomento del Canto

Cerchio VIII, Malebolge – Ottava bolgia: i consiglieri fraudolenti – Guido da Montefeltro – Condizioni della Romagna – Contesa tra Francesco e un diavolo


Mezzogiorno del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

A rigore di logica

La fiamma di Ulisse e Diomede, congedata da Virgilio, se n’è appena andata quando ne arriva dietro un’altra che attrae gli occhi a la sua cima per un confuso suono che ne esce fuori come un lamento. Le parole dell’anima trovano finalmente la via d’uscita e la fiamma guizza come lingua: “O tu che parlavi lombardo -dice l’anima rivolgendosi a Virgilio che ha riconosciuto mantovano per la sua parlata- ti prego, resta un po’ con me che ardo! Se se’ appena caduto in questo mondo cieco da quella dolce terra italiana dove ho peccato, dimmi se i Romagnuoli han pace o guerra perché io fui del Montefeltro”.

Dante è ancora attento e chino verso la bolgia quando Virgilio lo invita, questa volta, a parlare lui: l’anima è italiana. Dante è già pronto a rispondere -anzi freme- e non gli è difficile sintetizzare la situazione della Romagna che non fu mai sanza guerra, ma che ora -nel 1300- non ne combatte nessuna palese. Nomina Ravenna con i da Polenta e il loro dominio anche su Cervia, Forlì assediata, i feroci Malatesta di Rimini, le città di Faenza, Imola e Cesena attraverso i loro fiumi, il Lamone, il Santerno e il Savio. Lo prega, in conclusione, di raccontargli di sé così che la fama del suo nome possa durare nel mondo.

La punta aguzza del foco, dopo una sorta di ruggito, si muove di qua, di là, e poi così si esprime: “Se credessi di parlare a chi tornasse al mondo, questa fiamma starebbe assolutamente ferma e muta, ma dal momento che nessuno mai tornò vivo da qui, sanza tema d’infamia ti rispondo.

Io fui uomo d’arme e poi divenni francescano per redimermi dalle mie colpe. Ti racconterò come e quare, cioè perché. Agivo in vita basandomi non sulla forza come un leone, ma sull’astuzia come una volpe. Seppi tutti gli inganni e per questo acquistai fama fin in capo al mondo. Da vecchio, pentuto, dopo aver confessato i miei peccati, mi feci frate e avrei fatto bene se non fosse stato per papa Bonifacio VIII, lo principe d’i novi Farisei, ipocrita come la sua curia. In lotta contro potenti famiglie romane che non gli riconoscevano il titolo di papa dopo l’abdicazione del suo predecessore Celestino V e non -come avrebbe dovuto- contro gli infedeli, non fu frenato né dal sommo suo ordine né dal mio cordiglio francescano, ma mi chiese consiglio garantendomi l’assoluzione potendo lui -come mi disse- il cielo serrare e diserrare. La sua autorevolezza mi spinse a suggerirgli di promettere molto senza mantenere, una frode che lo avrebbe fatto triunfar.

Appena morto venne san Francesco per prendermi, ma un diavolo mi rivendicò nell’inferno per questo consiglio frodolente perché assolver non si può chi non si pente né ci si può pentere e volere peccare insieme: è una contraddizione inammissibile! Il diavolo mi prese dicendomi: ‘Forse tu non pensavi che io loico fossi!’ Mi portò a Minosse che si attorcigliò la coda otto volte per scaraventarmi qui tra i peccatori fraudolenti.”

La fiamma se ne va dolorando, torcendo e dibattendo ‘l corno aguzzo.

Dante e Virgilio procedono sul ponte della bolgia successiva, quella dei seminatori di discordia.

Testo del canto

Già era dritta in sù la fiamma e queta

per non dir più, e già da noi sen gia

con la licenza del dolce poeta,


quand'un'altra, che dietro a lei venia,

ne fece volger li occhi a la sua cima

per un confuso suon che fuor n'uscia.


Come 'l bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui, e ciò fu dritto,

che l'avea temperato con sua lima,


mugghiava con la voce de l'afflitto,

sì che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto;


così, per non aver via né forame

dal principio nel foco, in suo linguaggio

si convertian le parole grame.


Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio

su per la punta, dandole quel guizzo

che dato avea la lingua in lor passaggio,


udimmo dire: «O tu a cu' io drizzo

la voce e che parlavi mo lombardo,

dicendo «Istra ten va, più non t'adizzo»,


perch'io sia giunto forse alquanto tardo,

non t'incresca restare a parlar meco;

vedi che non incresce a me, e ardo!


Se tu pur mo in questo mondo cieco

caduto se' di quella dolce terra

latina ond'io mia colpa tutta reco,


dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

ch'io fui d'i monti là intra Orbino

e 'l giogo di che Tever si diserra».


Io era in giuso ancora attento e chino,

quando il mio duca mi tentò di costa,

dicendo: «Parla tu; questi è latino».


E io, ch'avea già pronta la risposta,

sanza indugio a parlare incominciai:

«O anima che se' là giù nascosta,


Romagna tua non è, e non fu mai,

sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;

ma 'n palese nessuna or vi lasciai.


Ravenna sta come stata è molt'anni:

l'aguglia da Polenta la si cova,

sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.


La terra che fé già la lunga prova

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.


E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,

che fecer di Montagna il mal governo,

là dove soglion fan d'i denti succhio.


Le città di Lamone e di Santerno

conduce il lioncel dal nido bianco,

che muta parte da la state al verno.


E quella cu' il Savio bagna il fianco,

così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte

tra tirannia si vive e stato franco.


Ora chi se', ti priego che ne conte;

non esser duro più ch'altri sia stato,

se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte».


Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato

al modo suo, l'aguta punta mosse

di qua, di là, e poi diè cotal fiato:


«S'i' credesse che mia risposta fosse

a persona che mai tornasse al mondo,

questa fiamma staria sanza più scosse;


ma però che già mai di questo fondo

non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,

sanza tema d'infamia ti rispondo.


Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,

credendomi, sì cinto, fare ammenda;

e certo il creder mio venìa intero,


se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

che mi rimise ne le prime colpe;

e come e quare, voglio che m'intenda.


Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe

che la madre mi diè, l'opere mie

non furon leonine, ma di volpe.


Li accorgimenti e le coperte vie

io seppi tutte, e sì menai lor arte,

ch'al fine de la terra il suono uscie.


Quando mi vidi giunto in quella parte

di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier le sarte,


ciò che pria mi piacea, allor m'increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei;

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.


Lo principe d'i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,


ché ciascun suo nimico era cristiano,

e nessun era stato a vincer Acri

né mercatante in terra di Soldano;


né sommo officio né ordini sacri

guardò in sé, né in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti più macri.


Ma come Costantin chiese Silvestro

d'entro Siratti a guerir de la lebbre;

così mi chiese questi per maestro


a guerir de la sua superba febbre:

domandommi consiglio, e io tacetti

perché le sue parole parver ebbre.


E' poi ridisse: «Tuo cuor non sospetti;

finor t'assolvo, e tu m'insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.


Lo ciel poss'io serrare e diserrare,

come tu sai; però son due le chiavi

che 'l mio antecessor non ebbe care».


Allor mi pinser li argomenti gravi

là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,

e dissi: «Padre, da che tu mi lavi


di quel peccato ov'io mo cader deggio,

lunga promessa con l'attender corto

ti farà triunfar ne l'alto seggio».


Francesco venne poi com'io fu' morto,

per me; ma un d'i neri cherubini

li disse: «Non portar: non mi far torto.


Venir se ne dee giù tra ' miei meschini

perché diede 'l consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a' crini;


ch'assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente».


Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: «Forse

tu non pensavi ch'io loico fossi!».


A Minòs mi portò; e quelli attorse

otto volte la coda al dosso duro;

e poi che per gran rabbia la si morse,


disse: «Questi è d'i rei del foco furo»;

per ch'io là dove vedi son perduto,

e sì vestito, andando, mi rancuro».


Quand'elli ebbe 'l suo dir così compiuto,

la fiamma dolorando si partio,

torcendo e dibattendo 'l corno aguto.


Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,

su per lo scoglio infino in su l'altr'arco

che cuopre 'l fosso in che si paga il fio


a quei che scommettendo acquistan carco.

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