Canto XXX

E l’un di lor, che si recò a noia forse d’esser nomato sì oscuro, col pugno li percosse l’epa croia.

Argomento del canto

Cerchio VIII, Malebolge – Decima bolgia: falsificatori di persona (Gianni Schicchi, Mirra), falsificatori di monete (Maestro Adamo), falsificatori di parole (Putifarre e Sinone) – Rissa tra Maestro Adamo e Sinone – Dante rimproverato


Circa le due del pomeriggio del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

La falsità toglie la salute

La rabbia più atroce che è stata raccontata nei miti legati a Tebe e a Troia non è così crudele quanto quella di due ombre smorte e nude che corrono mordendo come fa il porco appena liberato dal porcile. Una azzanna Capocchio alla nuca e lo trascina facendogli grattare il ventre sul fondo duro della bolgia. Griffolino tremando dice a Dante che quel folletto rabbioso è Gianni Schicchi: per ereditare la cavalla del fiorentino Buoso Donati, si fece passare per lui facendo testamento a suo vantaggio. È un falsatore di persona come l’altra ombra, la scellerata Mirra, che si finse un’altra per essere amante del padre di cui si era innamorata.

Passati i due rabbiosi, Dante vede uno a forma perfetta di leuto, se non avesse avuto le gambe. La grave idropesì gli gonfia il ventre in modo sproporzionato in relazione al viso e gli fa tenere le labbra aperte per la sete. Il dannato, che si accorge di come Dante e Virgilio se ne vadano senz’alcuna pena nell’inferno -il modo gramo-, richiama l’attenzione su di sé e si presenta: è il maestro Adamo che vivo ebbe assai di quello che volle e ora, senza riuscire ad averlo, brama un gocciol d’acqua. Ha sempre innanzi, come visioni che lo assetano, i ruscelletti che discendono in Arno dai verdi colli del Casentino dove fu falsificatore del fiorino, la moneta di Firenze, indotto al peccato dai signori di Romena. Rinuncerebbe anche a dissetarsi pur di vederli lì puniti. Sa che uno di loro è già morto ed è lì, se dicono il vero le ombre arrabbiate dei falsificatori di persone: gli basterebbe potersi muovere un’oncia in cent’anni, -ma come fa con quella pancia pesante!- per mettersi alla sua ricerca nella bolgia che ha una circonferenza di undici miglia ed è larga meno di mezzo miglio.

Chi sono quei due tapini alla tua destra che fumman come le mani bagnate in inverno?” gli chiede Dante. Sono lì immobili da quando maestro Adamo piovve qui. Uno è un personaggio biblico, la falsa moglie di Putifarre ch’accusò ingiustamente Giuseppo, l’altr’è il falso Sinone, il greco che persuase i Troiani a introdurre in città il cavallo di legno. “Gittan per febbre aguta che hanno questa terribile puzza” conclude maestro Adamo. Uno di loro, Sinone, forse scocciato per essere nomato in modo così infamante, col pugno gli percuote la pancia dura che suona come un tamburo e maestro Adamo reagisce percuotendogli il volto -il braccio è ancora sciolto per poterlo fare-. Comincia un volgare alterco in cui i due dannati si rinfacciano colpe e debolezze e si augurano reciprocamente tormenti. Dante è tutto fisso ad ascoltarli e Virgilio si arrabbia per questa sua attenzione rivolgendosi a lui con ira. È tanta la vergogna di Dante che Virgilio subito lo perdona, lo esorta a liberarsi dal rimorso, ma a non dimenticare in circostanze analoghe che voler ciò udire è bassa voglia.

Testo del canto

Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semelè contra 'l sangue tebano,

come mostrò una e altra fiata,


Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,


gridò: «Tendiam le reti, sì ch'io pigli

la leonessa e ' leoncini al varco»;

e poi distese i dispietati artigli,


prendendo l'un ch'avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s'annegò con l'altro carco.


E quando la fortuna volse in basso

l'altezza de' Troian che tutto ardiva,

sì che 'nsieme col regno il re fu casso,


Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva


del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latrò sì come cane;

tanto il dolor le fé la mente torta.


Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mai in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonché membra umane,


quant'io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che 'l porco quando del porcil si schiude.


L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l'assannò, sì che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.


E l'Aretin che rimase, tremando

mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui così conciando».


«Oh!», diss'io lui, «se l'altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi è, pria che di qui si spicchi».


Ed elli a me: «Quell'è l'anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre fuor del dritto amore amica.


Questa a peccar con esso così venne,

falsificando sé in altrui forma,

come l'altro che là sen va, sostenne,


per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in sé Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma».


E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu' io avea l'occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.


Io vidi un, fatto a guisa di leuto,

pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia

tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.


La grave idropesì, che sì dispaia

le membra con l'omor che mal converte,

che 'l viso non risponde a la ventraia,


facea lui tener le labbra aperte

come l'etico fa, che per la sete

l'un verso 'l mento e l'altro in sù rinverte.


«O voi che sanz'alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo»,

diss'elli a noi, «guardate e attendete


a la miseria del maestro Adamo:

io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,

e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.


Li ruscelletti che d'i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,


sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l'imagine lor vie più m'asciuga

che 'l male ond'io nel volto mi discarno.


La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov'io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.


Ivi è Romena, là dov'io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch'io il corpo sù arso lasciai.


Ma s'io vedessi qui l'anima trista

di Guido o d'Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.


Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c'ho le membra legate?


S'io fossi pur di tanto ancor leggero

ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,

io sarei messo già per lo sentiero,


cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch'ella volge undici miglia,

e men d'un mezzo di traverso non ci ha.


Io son per lor tra sì fatta famiglia:

e' m'indussero a batter li fiorini

ch'avevan tre carati di mondiglia».


E io a lui: «Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate 'l verno,

giacendo stretti a' tuoi destri confini?».


«Qui li trovai - e poi volta non dierno - »

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.


L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo;

l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».


E l'un di lor, che si recò a noia

forse d'esser nomato sì oscuro,

col pugno li percosse l'epa croia.


Quella sonò come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,


dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».


Ond'ei rispuose: «Quando tu andavi

al fuoco, non l'avei tu così presto;

ma sì e più l'avei quando coniavi».


E l'idropico: «Tu di' ver di questo:

ma tu non fosti sì ver testimonio

là 've del ver fosti a Troia richesto»


«S'io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

e tu per più ch'alcun altro demonio!».


«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

rispuose quel ch'avea infiata l'epa;

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».


«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia

che 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!».


Allora il monetier: «Così si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

ché s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,


tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a 'nvitar molte parole».


Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,

quando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!».


Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch'ancor per la memoria mi si gira.


Qual è colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

sì che quel ch'è, come non fosse, agogna,


tal mi fec'io, non possendo parlare,

che disiava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.


«Maggior difetto men vergogna lava»,

disse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;

però d'ogne trestizia ti disgrava.


E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,

se più avvien che fortuna t'accoglia

dove sien genti in simigliante piato:


ché voler ciò udire è bassa voglia».

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