Canto XXXI

Virgilio, quando prender si sentío, disse a me: “Fatti qua, sí ch’io ti prenda”; poi fece sí ch’un fascio era elli e io.

Argomento del canto

Pozzo dei giganti che divide l’VIII dal IX cerchio: Nembrot – Efialte – Anteo – Passaggio al IX cerchio


Dopo le tre del pomeriggio del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

Un ascensore gigante

I due poeti, senza parlare, voltano le spalle alla decima bolgia e si trovano in una luce intermedia tra la notte e il giorno che non permette di vedere lontano. Un corno, che Dante sente suonare tanto alto più di qualsiasi tuono o terribile tromba di guerra, gli fa dirizzare gli occhi verso quelle che gli sembrano alte torri. Virgilio, che caramente lo prende per mano, lo avvisa che non sono torri, ma giganti, conficcati dall’umbilico in giù nel pozzo che circonda l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio. Man mano che Dante si avvicina e vede meglio gli orribili giganti, capisce il suo precedente errore, ma gli cresce la paura. Vede già la faccia, le spalle, gran parte del ventre, le braccia di uno di loro e considera come Natura fece assai bene a smettere di produrre tali macchine da guerra perché non c’è riparo quando alla forza del corpo s’aggiugne quella della mente. Elefanti e balene sono certo meno pericolosi.

La faccia di questo gigante, che ha suonato il corno pendente sul suo petto, è lunga e grossa come la pigna di San Pietro a Roma, un grande manufatto di bronzo di circa quattro metri ancora oggi esistente. Non sarebbero bastati tre uomini altissimi messi uno sulle spalle dell’altro per raggiungere, dall’argine che lo copre come un perizoma, la sua chioma. Grida parole incomprensibili e Virgilio così lo apostrofa: “Anima sciocca, accontentati del tuo corno e senti al collo la catena che ti lega” Spiega poi a Dante che è Nembrotto, il gigante biblico responsabile della costruzione della torre di Babele che fu punito con la confusione delle lingue: è inutile parlargli perché il linguaggio degli altri gli è incomprensibile come lo è il suo ad altrui.

Alla distanza di un tiro di balestro, trovano un altro gigante più feroce e grande, con un’enorme catena attorcigliata in cinque giri attorno alle braccia e al corpo dal collo in giú. È Fialte, che tentò insieme ad altri Titani la scalata al cielo contro ‘l sommo Giove. Si muove con un rumore tremendo che fa temere a Dante, come mai prima, la morte anche solo di paura se non avesse viste le rassicuranti catene.

Dante chiede se si può  vedere lo smisurato Briareo, un altro dei Titani, che è più avanti ed è ancora più feroce di Fialte come dice Virgilio che gli annuncia un altro gigante del mondo classico Anteo. Lui è disciolto, è cioè senza catene, e sarà lui a portarli nel fondo dell’inferno dall’ottavo al nono cerchio. La parte di Anteo che esce fuor dal pozzo misura, senza contare la testa, circa trenta palmi come il torso di Nembrot. Virgilio gli chiede, non senza averlo prima adulato, di trasportarli in basso al Cocito, il lago ghiacciato del fondo dell’inferno. Preferisce chiederlo a lui e non agli altri due giganti, a Tizio o a Tifo. Consideri che Dante vive ancor e può rendergli fama nel mondo. Si chini e non si rifiuti.

In fretta Anteo distende le mani e vi prende sopra Virgilio che a sua volta prende Dante fasciandolo in un abbraccio. Anteo sembra la torre Garisenda di Bologna che si piega: avrebbe voluto Dante scendere per altra strada, non con quel gigante che lievemente li depone al fondo e si solleva ritto come albero in nave.

Testo del canto

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;


così od'io che solea far la lancia

d'Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.


Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che 'l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.


Quiv'era men che notte e men che giorno,

sì che 'l viso m'andava innanzi poco;

ma io senti' sonare un alto corno,


tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.


Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.


Poco portai in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond'io: «Maestro, di', che terra è questa?».


Ed elli a me: «Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.


Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto 'l senso s'inganna di lontano;

però alquanto più te stesso pungi».


Poi caramente mi prese per mano,

e disse: «Pria che noi siamo più avanti,

acciò che 'l fatto men ti paia strano,


sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l'umbilico in giuso tutti quanti».


Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

ciò che cela 'l vapor che l'aere stipa,


così forando l'aura grossa e scura,

più e più appressando ver' la sponda,

fuggiemi errore e cresciemi paura;


però che come su la cerchia tonda

Montereggion di torri si corona,

così la proda che 'l pozzo circonda


torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.


E io scorgeva già d'alcun la faccia,

le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giù ambo le braccia.


Natura certo, quando lasciò l'arte

di sì fatti animali, assai fé bene

per tòrre tali essecutori a Marte.


E s'ella d'elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

più giusta e più discreta la ne tene;


ché dove l'argomento de la mente

s'aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi può far la gente.


La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l'altre ossa;


sì che la ripa, ch'era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma


tre Frison s'averien dato mal vanto;

però ch'i' ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giù dov'omo affibbia 'l manto.


«Raphél maì amèche zabì almi»,

cominciò a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia più dolci salmi.


E 'l duca mio ver lui: «Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand'ira o altra passion ti tocca!


Cércati al collo, e troverai la soga

che 'l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che 'l gran petto ti doga».


Poi disse a me: «Elli stessi s'accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s'usa.


Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto».


Facemmo adunque più lungo viaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro,

trovammo l'altro assai più fero e maggio.


A cigner lui qual che fosse 'l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l'altro e dietro il braccio destro


d'una catena che 'l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto

si ravvolgea infino al giro quinto.


«Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra 'l sommo Giove»,

disse 'l mio duca, «ond'elli ha cotal merto.


Fialte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a' dèi;

le braccia ch'el menò, già mai non move».


E io a lui: «S'esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Briareo

esperienza avesser li occhi miei».


Ond'ei rispuose: «Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

che ne porrà nel fondo d'ogne reo.


Quel che tu vuo' veder, più là è molto,

ed è legato e fatto come questo,

salvo che più feroce par nel volto».


Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

come Fialte a scuotersi fu presto.


Allor temett'io più che mai la morte,

e non v'era mestier più che la dotta,

s'io non avessi viste le ritorte.


Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.


«O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipion di gloria reda,

quand'Anibàl co' suoi diede le spalle,


recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l'alta guerra

de'tuoi fratelli, ancor par che si creda


ch'avrebber vinto i figli de la terra;

mettine giù, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.


Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

però ti china, e non torcer lo grifo.


Ancor ti può nel mondo render fama,

ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta

se 'nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».


Così disse 'l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese 'l duca mio,

ond'Ercule sentì già grande stretta.


Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;

poi fece sì ch'un fascio era elli e io.


Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto 'l chinato, quando un nuvol vada

sovr'essa sì, ched ella incontro penda;


tal parve Anteo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch'i' avrei voluto ir per altra strada.


Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

né sì chinato, lì fece dimora,


e come albero in nave si levò.


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