Canto XXXIII

«Io credo», diss'io lui, «che tu m'inganni; ché Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni».

Argomento del canto

IX cerchio: il Cocito e le sue zone:

- Antenora (traditori politici) con il racconto del conte Ugolino e l’invettiva contro Pisa

- la Tolomea (traditori degli ospiti) con Frate Alberigo e Branca Doria. Invettiva contro i Genovesi.

Circa alle sei del pomeriggio del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

Il cibo del male

Quel peccator solleva la bocca dal suo fiero pasto pulendosela a’ capelli del traditore di cui rode il capo. Per coprirlo d’infamia racconterà di lui e insieme piangerà perché, già solo pensandoci, gli si rinnovella un disperato dolore. Non sa chi sia Dante, sicuramente fiorentino dalla parlata, e nemmeno come sia venuto lì. Lui fu il conte Ugolino e quello così vicino è l’arcivescovo Ruggieri. Non serve che racconti di essere stato da quello tradito e ucciso perché è cosa nota. Dante udirà, invece, come la sua morte fu cruda.

Imprigionato nel 1288 a Pisa nella torre che ora si chiama de la fame, dopo qualche mese ebbe questo sogno che del futuro gli squarciò il velo: con cagne magre e ben addestrate l’arcivescovo Ruggieri guidava potenti famiglie pisane alla caccia di un lupo, lo padre, e dei suoi lupicini, i figli, che presto apparvero stanchi e squarciati nei fianchi dalle cagne. Al risveglio sentì piangere fra ‘l sonno i suoi figliuoli che, prigionieri insieme a lui, domandavano del pane. S’apprestava l’ora della consegna del cibo e per il suo sogno ciascuno era in allarme quando udì chiavar l’uscio di sotto a l’orribile torre. Guardò nel viso i figli. Nessuna parola né lacrima tanto impietrò. Loro piangevano e Anselmuccio, il nipote, disse: “Tu ci guardi così, padre! Che hai?”. Ancora silenzio fino al mattino, quando un raggio di sole rivelò sui quattro visi un unico aspetto. Ugolino per lo dolor si morse ambo le man e loro, pensando che lo facesse per voglia di mangiare, subito si levarono e dissero: “Tu ci hai dato questo misero corpo, tu cibatene!”. Si quietò per non farli più tristi. Al quarto giorno Gaddo gli si gettò a’ piedi chiedendo aiuto. Fu il primo a morire seguito dagli altri tre che Ugolino vide cascar ad uno ad uno tra ‘l quinto dì e ‘l sesto. Già cieco, brancolò sovra di loro e li chiamò per due dì: poi, più che ‘l dolor, potè il digiuno. Alla fine di questo racconto, torcendo li occhi, Ugolino riprende il misero teschio co’ denti come quelli d’un can.

Maledetta Pisa, vergogna d’Italia, il bel paese dove ‘l sì suona: anche se ‘l conte Ugolino aveva fama di averla tradita, non doveva assegnare un tale supplizio ai suoi figliuoi innocenti.

I due poeti passano oltre dove la fredda crosta del Cocito fascia altra gente, qui supina. In questa zona, la Tolomea, dove sono condannati i traditori degli ospiti, non si può nemmeno piangere perché le lacrime si congelano sotto ‘l ciglio come visiere di cristallo. Sebbene il freddo non consenta a Dante nessuna sensazione, gli pare di sentire del vento. Se ne stupisce e ne chiede a Virgilio la ragione: “Tra breve sarai dove vedrai la risposta”.

Uno dei dannati grida ai due poeti: “O anime crudeli assegnate a quest’ultima postazione dell’inferno, levatemi dal viso il ghiaccio che trattiene ‘l pianto”. Dante lo farà, ma a patto che l’anima si presenti. È il romagnolo frate Alberigo, punito per aver fatto uccidere, al momento di servire la frutta, dei parenti invitati a casa sua. Il fatto è noto e Dante si stupisce che Alberigo sia lì non essendo ancora morto, ma questo spesse volte accade in Tolomea: l’anima vi cade non appena tradisce e il corpo rimane vivo, occupato da un demonio per l’altro tempo che gli è concesso. L’ombra vicino a lui è il genovese Branca Doria, che Dante sa ben vivo. Ha assassinato suo suocero, ora punito tra i barattieri de’ Malebranche, e il diavolo si è impossessato del suo corpo. Alberigo racconta anche questo per far sì che Dante gli tolga le lagrime ghiacciate più volentier. Ma Dante, nonostante la promessa, non gliele toglie: fu cortesia essere con lui villano!

Maledetti Genovesi, uomini pien d’ogne magagna come Branca Doria!

Testo del canto

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a'capelli

del capo ch'elli avea di retro guasto.


Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli

disperato dolor che 'l cor mi preme

già pur pensando, pria ch'io ne favelli.


Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,

parlar e lagrimar vedrai insieme.


Io non so chi tu se' né per che modo

venuto se' qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand'io t'odo.


Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

e questi è l'arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.


Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;


però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.


Breve pertugio dentro da la Muda

la qual per me ha 'l titol de la fame,

e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,


m'avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand'io feci 'l mal sonno

che del futuro mi squarciò 'l velame.


Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ' lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.


Con cagne magre, studiose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s'avea messi dinanzi da la fronte.


In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ' figli, e con l'agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.


Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli

ch'eran con meco, e dimandar del pane.


Ben se' crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?


Già eran desti, e l'ora s'appressava

che 'l cibo ne solea essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;


e io senti' chiavar l'uscio di sotto

a l'orribile torre; ond'io guardai

nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.


Io non piangea, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: «Tu guardi sì, padre! che hai?».


Perciò non lacrimai né rispuos'io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l'altro sol nel mondo uscìo.


Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,


ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia

di manicar, di subito levorsi


e disser: «Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia».


Queta'mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l'altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t'apristi?


Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,

dicendo: «Padre mio, ché non mi aiuti?».


Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid'io cascar li tre ad uno ad uno

tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,


già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».


Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese 'l teschio misero co'denti,

che furo a l'osso, come d'un can, forti.


Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove 'l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,


muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch'elli annieghi in te ogne persona!


Ché se 'l conte Ugolino aveva voce

d'aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.


Innocenti facea l'età novella,

novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

e li altri due che 'l canto suso appella.


Noi passammo oltre, là 've la gelata

ruvidamente un'altra gente fascia,

non volta in giù, ma tutta riversata.


Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l'ambascia;


ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.


E avvegna che, sì come d'un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,


già mi parea sentire alquanto vento:

per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».


Ond'elli a me: «Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l'occhio la risposta,

veggendo la cagion che 'l fiato piove».


E un de' tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli,

tanto che data v'è l'ultima posta,


levatemi dal viso i duri veli,

sì ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,

un poco, pria che 'l pianto si raggeli».


Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,

dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».


Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;

i' son quel da le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo».


«Oh!», diss'io lui, «or se' tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scienza porto.


Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l'anima ci cade

innanzi ch'Atropòs mossa le dea.


E perché tu più volentier mi rade

le 'nvetriate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l'anima trade


come fec'io, il corpo suo l'è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.


Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l'ombra che di qua dietro mi verna.


Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch'el fu sì racchiuso».


«Io credo», diss'io lui, «che tu m'inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».


«Nel fosso sù», diss'el, «de' Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancor giunto Michel Zanche,


che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che 'l tradimento insieme con lui fece.


Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel'apersi;

e cortesia fu lui esser villano.


Ahi Genovesi, uomini diversi

d'ogne costume e pien d'ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?


Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,


e in corpo par vivo ancor di sopra.

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