Canto III

«Frate, la nostra volontà quieta virtù di carità, che fa volerne sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.

Argomento del canto

Le anime del cielo della Luna – Piccarda Donati – I diversi gradi di beatitudine – Il voto non adempiuto di Piccarda – Costanza imperatrice


Prime ore pomeridiane del 30 marzo (o 13 aprile)


Diversamente felici

Beatrice per Dante è un sole che lo ha scaldato d’amore e ora gli ha mostrato il dolce aspetto della bella verità. Vuole dirle che si è corretto e così leva il capo -tanto quanto è lecito- quando appare una visione che lo tiene stretto a sé e lo distoglie dal suo proposito: come per vetri trasparenti e tersi o per acque nitide e tranquille non troppo profonde si riflettono debili i nostri visi, tali Dante vede più facce pronte a parlar così che incorre nell’errore contrario a quello di Narciso che prese per vera la sua immagine riflessa. Dante, invece, scambia per riflesse quelle facce e allora si gira, ma non vede nulla e volge i suoi occhi in quelli santi di Beatrice che arde sorridendo: “Non ti meravigliar perch’io sorrida al tuo puerile pensiero: vere sustanze son ciò che tu vedi qui rilegate per non avere mantenuto il loro voto. Parla con esse e odi e credi: sono nella luce di Dio!”.

Dante, come agitato da troppo desiderio, si drizza a l’ombra che pare più desiderosa di parlargli: “O spirito beato nella dolcezza della vita eterna, dimmi per favore il nome tuo e la vostra sorte”. Con occhi ridenti, l’anima risponde in nome dell’amore che emana da Dio: “I’ fui nel mondo una suora e, se scandagli la tua mente, il mio esser più bella non ti celerà ch’io son Piccarda. Sono qui nel cielo più lento insieme a questi altri beati in una condizione che pare bassa, ma siamo pieni di letizia perché siamo conformati all’ordine de lo Spirito Santo”. Dante si scusa per non essere stato pronto a riconoscerla: è sorella del suo amico Forese, ma anche del capo dei Neri, l’odiato Corso Donati. Un non so che divino la trasmuta rispetto al ricordo che ne ha, ma or le sue parole lo aiutano. Vuole sapere se le anime felici che sono con lei desiderano di essere in un cielo più alto. Piccarda sorridendo gli spiega lieta che la loro volontà è tenersi dentro a quella divina -si fa una con la Sua- così che gli spiriti vogliono sol quel che hanno: è questa la felicità e la loro pace è acquietarsi nel mare della divina volontade verso il quale si move tutto il creato. È chiaro a Dante allora come ogne dove in cielo è paradiso, sebbene la grazia di Dio non sia uguale per tutte le anime, beate a gradazioni diverse.

Soddisfatto e grato di questa spiegazione, Dante vuole sapere, ancora non sazio, quale sia il voto da lei non portato a termine. Ecco il racconto: “Giovinetta fuggi’mi dal mondo per entrare nell’ordine di santa Chiara e rimanere, fino al morir, fedele a quello sposo, Cristo, che accetta ogne voto d’amore. Uomini poi, avvezzi al male più che al bene, fuor mi rapiron dal dolce convento: Iddio sa qual poi mia vita fu. L’anima splendente che mi sta accanto ebbe la mia stessa sorte: anche lei fu suora e le fu tolto il velo, non quello del cor da cui non fu mai disciolta. Quest’è la luce de la gran Costanza imperatrice, madre di Federico II”.  Dopo queste parole Piccarda comincia “Ave Maria” cantando e cantando sparisce come per acqua cupa cosa grave, pesante.

Dante, che la segue con la vista quanto possibil, si rivolge ora a Beatrice, oggetto del suo maggior disio, ma quella lo folgora con una luce abbagliante. Per questo Dante è lento a dimandar.

Testo del canto

Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,

di bella verità m'avea scoverto,

provando e riprovando, il dolce aspetto;


e io, per confessar corretto e certo

me stesso, tanto quanto si convenne

leva' il capo a proferer più erto;


ma visione apparve che ritenne

a sé me tanto stretto, per vedersi,

che di mia confession non mi sovvenne.


Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,


tornan d'i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;


tali vid'io più facce a parlar pronte;

per ch'io dentro a l'error contrario corsi

a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.


Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;


e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.


«Non ti maravigliar perch'io sorrida»,

mi disse, «appresso il tuo pueril coto,

poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,


ma te rivolve, come suole, a vòto:

vere sustanze son ciò che tu vedi,

qui rilegate per manco di voto.


Però parla con esse e odi e credi;

ché la verace luce che li appaga

da sé non lascia lor torcer li piedi».


E io a l'ombra che parea più vaga

di ragionar, drizza'mi, e cominciai,

quasi com'uom cui troppa voglia smaga:


«O ben creato spirito, che a' rai

di vita etterna la dolcezza senti

che, non gustata, non s'intende mai,


grazioso mi fia se mi contenti

del nome tuo e de la vostra sorte».

Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:


«La nostra carità non serra porte

a giusta voglia, se non come quella

che vuol simile a sé tutta sua corte.


I' fui nel mondo vergine sorella;

e se la mente tua ben sé riguarda,

non mi ti celerà l'esser più bella,


ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda.


Li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer de lo Spirito Santo,

letizian del suo ordine formati.


E questa sorte che par giù cotanto,

però n'è data, perché fuor negletti

li nostri voti, e vòti in alcun canto».


Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino

che vi trasmuta da' primi concetti:


però non fui a rimembrar festino;

ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,

sì che raffigurar m'è più latino.


Ma dimmi: voi che siete qui felici,

disiderate voi più alto loco

per più vedere e per più farvi amici?».


Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;

da indi mi rispuose tanto lieta,

ch'arder parea d'amor nel primo foco:


«Frate, la nostra volontà quieta

virtù di carità, che fa volerne

sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.


Se disiassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne;


che vedrai non capere in questi giri,

s'essere in carità è qui necesse,

e se la sua natura ben rimiri.


Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per ch'una fansi nostre voglie stesse;


sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.


E 'n la sua volontade è nostra pace:

ell'è quel mare al qual tutto si move

ciò ch'ella cria o che natura face».


Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

del sommo ben d'un modo non vi piove.


Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia

e d'un altro rimane ancor la gola,

che quel si chere e di quel si ringrazia,


così fec'io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

onde non trasse infino a co la spuola.


«Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù», mi disse, «a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,


perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch'ogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.


Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.


Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.


E quest'altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s'accende

di tutto il lume de la spera nostra,


ciò ch'io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo l'ombra de le sacre bende.


Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.


Quest'è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò 'l terzo e l'ultima possanza».


Così parlommi, e poi cominciò 'Ave,

Maria' cantando, e cantando vanio

come per acqua cupa cosa grave.


La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio,


e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mio sguardo

sì che da prima il viso non sofferse;


e ciò mi fece a dimandar più tardo.

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