Canto IV

Questo m'invita, questo m'assicura con reverenza, donna, a dimandarvi d'un'altra verità che m'è oscura.

Argomento del canto

Il silenzio di Dante, combattuto tra due dubbi – La falsa dottrina di Platone e la vera sede delle anime – La volontà assoluta di non rinunciare ai voti – Nuovo dubbio di Dante:



Prime ore pomeridiane del 30 marzo (o 13 aprile)

Una lezione magistrale

Dante è paralizzato come un uomo tra due cibi ugualmente distanti e attraenti, come un agnello tra due fieri lupi igualmente temuti, come un cane tra due daini: tace, quindi, ugualmente sospinto tra due dubbi.

Beatrice, che nel viso di Dante legge dipinto il disir di domandar più caldo che se espresso a parole, prima che lui riesca a parlare, gli presenta i suoi dubbi. Il primo: perché mai Piccarda e Costanza devono meritar meno dal momento che sono state vittime de la violenza altrui? Il secondo: le anime che ha appena visto nel cielo della Luna non dimostrano che ha ragione Platone quando pensa che l’anime ritornano a le stelle che ne hanno condizionato la vita?

Beatrice vuole trattare pria quella question che più è velenosa perché a rischio di eresia: sede eterna dei beati non sono le stelle, ma l’Empireo. Dante li incontra nei diversi cieli solo perché possa sentir come differentemente han dolce vita. Non lo potrebbe capire se li vedesse tutti insieme, come sono realmente, nell’Empireo. È un modo escogitato da Dio per corrispondere all’ingegno limitato dell’uomo che apprende solo da esperienze sensibili. È quello che fa la Sacra Scrittura che attribuisce a Dio e piedi e mano intendendo altro. Platone, invece, nei suoi scritti filosofici par che pensi proprio come dice, cioè che l’alma ritorni a la sua stella, ma forse il suo pensiero può essere interpretato in modo diverso così da non essere condannato.

L’altro dubbio è meno pericoloso perché non rischia un’eretica deviazione. Occorre fede per sapere che la giustizia divina non sbaglia: chi cede alla violenza non ha una volontà tanto determinata da resistere alla forza ché volontà, se non vuol, non s’ammorza. Piccarda e Costanza, se fosse stato loro voler intero, sarebbero ritornate in convento. Una volontà così salda è però troppo rada.

Il ragionamento di Beatrice prosegue: “Già molte volte, fratello, è successo che per fuggire un danno, si accetta malvolentieri quello che non bisognerebbe accettare. Se la volontà è assoluta, invece, non cede in alcun modo al male”.

Le parole di Beatrice sono per Dante come l’ondeggiare di un santo fiume e gli mettono in pace l’uno e l’altro disio di sapere: “O amata da Dio, o diva, il cui parlar m’inonda e scalda sì che più e più mi dà vigore, non riesco a ringraziarvi degnamente e per farlo delego Dio. Il nostro intelletto non si sazia se non con la verità divina dove trova rifugio come una fera nella tana. Da ogni verità nasce il dubbio che stimola la ricerca. Questo pensiero m’invita, con reverenza, donna, a dimandarvi d’un’altra verità che m’è oscura. Io vo’ sapere se si possono soddisfare i voti inadempiuti con altre opere”.

Beatrice lo guarda con occhi pieni di faville d’amor così divini che Dante non ne sostiene lo sguardo e quasi si perdecon gli occhi chini.

Testo del canto

Intra due cibi, distanti e moventi

d'un modo, prima si morria di fame,

che liber'omo l'un recasse ai denti;


sì si starebbe un agno intra due brame

di fieri lupi, igualmente temendo;

sì si starebbe un cane intra due dame:


per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,

da li miei dubbi d'un modo sospinto,

poi ch'era necessario, né commendo.


Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto

m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.


Fé sì Beatrice qual fé Daniello,

Nabuccodonosor levando d'ira,

che l'avea fatto ingiustamente fello;


e disse: «Io veggio ben come ti tira

uno e altro disio, sì che tua cura

sé stessa lega sì che fuor non spira.


Tu argomenti: «Se 'l buon voler dura,

la violenza altrui per qual ragione

di meritar mi scema la misura?».


Ancor di dubitar ti dà cagione

parer tornarsi l'anime a le stelle,

secondo la sentenza di Platone.


Queste son le question che nel tuo velle

pontano igualmente; e però pria

tratterò quella che più ha di felle.


D'i Serafin colui che più s'india,

Moisè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,


non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo t'appariro,

né hanno a l'esser lor più o meno anni;


ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita

per sentir più e men l'etterno spiro.


Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la celestial c'ha men salita.


Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia d'intelletto degno.


Per questo la Scrittura condescende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio, e altro intende;


e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabriel e Michel vi rappresenta,

e l'altro che Tobia rifece sano.


Quel che Timeo de l'anime argomenta

non è simile a ciò che qui si vede,

però che, come dice, par che senta.


Dice che l'alma a la sua stella riede,

credendo quella quindi esser decisa

quando natura per forma la diede;


e forse sua sentenza è d'altra guisa

che la voce non suona, ed esser puote

con intenzion da non esser derisa.


S'elli intende tornare a queste ruote

l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse

in alcun vero suo arco percuote.


Questo principio, male inteso, torse

già tutto il mondo quasi, sì che Giove,

Mercurio e Marte a nominar trascorse.


L'altra dubitazion che ti commove

ha men velen, però che sua malizia

non ti poria menar da me altrove.


Parere ingiusta la nostra giustizia

ne li occhi d'i mortali, è argomento

di fede e non d'eretica nequizia.


Ma perché puote vostro accorgimento

ben penetrare a questa veritate,

come disiri, ti farò contento.


Se violenza è quando quel che pate

niente conferisce a quel che sforza,

non fuor quest'alme per essa scusate;


ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,

ma fa come natura face in foco,

se mille volte violenza il torza.


Per che, s'ella si piega assai o poco,

segue la forza; e così queste fero

possendo rifuggir nel santo loco.


Se fosse stato lor volere intero,

come tenne Lorenzo in su la grada,

e fece Muzio a la sua man severo,


così l'avria ripinte per la strada

ond'eran tratte, come fuoro sciolte;

ma così salda voglia è troppo rada.


E per queste parole, se ricolte

l'hai come dei, è l'argomento casso

che t'avria fatto noia ancor più volte.


Ma or ti s'attraversa un altro passo

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

non usciresti: pria saresti lasso.


Io t'ho per certo ne la mente messo

ch'alma beata non poria mentire,

però ch'è sempre al primo vero appresso;


e poi potesti da Piccarda udire

che l'affezion del vel Costanza tenne;

sì ch'ella par qui meco contradire.


Molte fiate già, frate, addivenne

che, per fuggir periglio, contra grato

si fé di quel che far non si convenne;


come Almeone, che, di ciò pregato

dal padre suo, la propria madre spense,

per non perder pietà, si fé spietato.


A questo punto voglio che tu pense

che la forza al voler si mischia, e fanno

sì che scusar non si posson l'offense.


Voglia assoluta non consente al danno;

ma consentevi in tanto in quanto teme,

se si ritrae, cadere in più affanno.


Però, quando Piccarda quello spreme,

de la voglia assoluta intende, e io

de l'altra; sì che ver diciamo insieme».


Cotal fu l'ondeggiar del santo rio

ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva;

tal puose in pace uno e altro disio.


«O amanza del primo amante, o diva»,

diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda

e scalda sì, che più e più m'avviva,


non è l'affezion mia tanto profonda,

che basti a render voi grazia per grazia;

ma quei che vede e puote a ciò risponda.


Io veggio ben che già mai non si sazia

nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra

di fuor dal qual nessun vero si spazia.


Posasi in esso, come fera in lustra,

tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:

se non, ciascun disio sarebbe frustra.


Nasce per quello, a guisa di rampollo,

a piè del vero il dubbio; ed è natura

ch'al sommo pinge noi di collo in collo.


Questo m'invita, questo m'assicura

con reverenza, donna, a dimandarvi

d'un'altra verità che m'è oscura.


Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi

ai voti manchi sì con altri beni,

ch'a la vostra statera non sien parvi».


Beatrice mi guardò con li occhi pieni

di faville d'amor così divini,

che, vinta, mia virtute diè le reni,


e quasi mi perdei con li occhi chini.


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