Canto VII

ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, ché le mie parole di gran sentenza ti faran presente.

Argomento del canto

Danza e canto di Giustiniano – Dubbio di Dante sulla distruzione di Gerusalemme – Spiegazione di Beatrice anche sulla modalità della Redenzione, sulla natura degli elementi e sulla resurrezione dei corpi. 


Tra le tre e le cinque pomeridiane del 30 marzo (13 aprile).


Una lezione di teologia

Giustiniano con un movimento di danza si allontana insieme alle altre anime, quasi velocissime faville, cantando Osanna. Dante ha un dubbio e tra sé si sprona a rivelarlo alla sua donna che sempre lo disseta con le dolci gocce della verità, ma quella reverenza, che si impossessa di lui tutto solo a sentire pronunciare il Be e l’ice del suo nome, lo blocca con lo sguardo a terra. Beatrice così non lo sopporta e, raggiandolo di un riso tal che farebbe felice anche un uomo nel foco, così gli parla: “Secondo mio infallibile avviso, stai pensando come può essere giusta la distruzione del tempio di Gerusalemme. Perché Giustiniano ha detto che, con questa distruzione, è stata giustamente punita la crocifissione se nei piani di Dio la crocefissione è stata giusta vendetta per il peccato originale? Perché punire gli Ebrei se hanno consentito con la condanna a morte di Gesù la realizzazione di un piano divino? Tu ascolta in dono le mie parole e capirai. Adamo per non avere posto un freno alla sua volontà ha dannato sé e tutta sua prole fin ch’al Verbo di Dio piacque discender in terra con due nature, umana e divina. La pena della croce ha colpito giustamente la natura umana di Cristo, ma ingiustamente quella divina a cui è stata fatta ingiuria. Da uno stesso atto si sono quindi generate cose diverse, una giusta e l’altra no.

Ma io vedo or la tua mente avvilupparsi di pensiero in pensiero in un nodo che con grande disio scioglierò. Tu dici: “Ho capito, ma m’è oscuro perché Dio per la nostra redenzion abbia scelto proprio questa via”. Fratello, molto ci si interroga su questo: ti spiegherò io. Ciò che la divina bontà crea direttamente è bellezza etterna assolutamente libera. Anche l’umana creatura s’avvantaggia di questa dote di bellezza eterna e di libertà: solo il peccato, che può essere compensato da giuste pene, l’ha fatta dissimile dal sommo bene, Dio, e l’ha allontanata dai privilegi del paradiso. Per consentire all’uomo di tornare in paradiso c’erano solo due vie: o il perdono di Dio o un impegno dell’uomo. Ma come avrebbe potuto l’uomo con i suoi limiti sodisfar la colpa di Adamo? Toccava a Diocon le sue vie della misericordia e della giustizia- restituire all’omo la sua vita originaria e riportarlo al cielo. La generosità di Dio, che condusse il suo Figliuol a incarnarsi e umiliarsi per il riscatto dell’uomo, fu un’azione alta e magnifica come non ci furono e non ci saranno nella storia del mondo.

Per soddisfare ogni tuo disio, ti chiarisco un altro passaggio così che tu veda come vedo io. Tu dici:“Acqua, foco, aere, terra etutte lor misture non sono elementi eterni e sono corruttibili. Perché se li ha creati Dio?” Ti sbagli. Li angeli e il paradiso sono creati direttamente da Dio, mentre il resto riceve da Dio un influsso attraverso i cieli. Anche l’anima dell’uomo, vostra vita vera, spira diretta dal sommo bene che la innamora di sé sì così che poi sempre lo disira. Puoi comprendere, con gli stessi argomenti, la vostra resurrezion dei corpi se ricordi come Adamo ed Eva siano stati creati direttamente da Dio.

Testo del canto

«Osanna, sanctus Deus sabaòth,

superillustrans claritate tua

felices ignes horum malacòth!».


Così, volgendosi a la nota sua,

fu viso a me cantare essa sustanza,

sopra la qual doppio lume s'addua:


ed essa e l'altre mossero a sua danza,

e quasi velocissime faville,

mi si velar di sùbita distanza.


Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'

fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille'.


Ma quella reverenza che s'indonna

di tutto me, pur per Be e per ice,

mi richinava come l'uom ch'assonna.


Poco sofferse me cotal Beatrice

e cominciò, raggiandomi d'un riso

tal, che nel foco faria l'uom felice:


«Secondo mio infallibile avviso,

come giusta vendetta giustamente

punita fosse, t'ha in pensier miso;


ma io ti solverò tosto la mente;

e tu ascolta, ché le mie parole

di gran sentenza ti faran presente.


Per non soffrire a la virtù che vole

freno a suo prode, quell'uom che non nacque,

dannando sé, dannò tutta sua prole;


onde l'umana specie inferma giacque

giù per secoli molti in grande errore,

fin ch'al Verbo di Dio discender piacque


u' la natura, che dal suo fattore

s'era allungata, unì a sé in persona

con l'atto sol del suo etterno amore.


Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:

questa natura al suo fattore unita,

qual fu creata, fu sincera e buona;


ma per sé stessa pur fu ella sbandita

di paradiso, però che si torse

da via di verità e da sua vita.


La pena dunque che la croce porse

s'a la natura assunta si misura,

nulla già mai sì giustamente morse;


e così nulla fu di tanta ingiura,

guardando a la persona che sofferse,

in che era contratta tal natura.


Però d'un atto uscir cose diverse:

ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;

per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.


Non ti dee oramai parer più forte,

quando si dice che giusta vendetta

poscia vengiata fu da giusta corte.


Ma io veggi' or la tua mente ristretta

di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

del qual con gran disio solver s'aspetta.


Tu dici: «Ben discerno ciò ch'i' odo;

ma perché Dio volesse, m'è occulto,

a nostra redenzion pur questo modo».


Questo decreto, frate, sta sepulto

a li occhi di ciascuno il cui ingegno

ne la fiamma d'amor non è adulto.


Veramente, però ch'a questo segno

molto si mira e poco si discerne,

dirò perché tal modo fu più degno.


La divina bontà, che da sé sperne

ogne livore, ardendo in sé, sfavilla

sì che dispiega le bellezze etterne.


Ciò che da lei sanza mezzo distilla

non ha poi fine, perché non si move

la sua imprenta quand'ella sigilla.


Ciò che da essa sanza mezzo piove

libero è tutto, perché non soggiace

a la virtute de le cose nove.


Più l'è conforme, e però più le piace;

ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,

ne la più somigliante è più vivace.


Di tutte queste dote s'avvantaggia

l'umana creatura; e s'una manca,

di sua nobilità convien che caggia.


Solo il peccato è quel che la disfranca

e falla dissìmile al sommo bene,

per che del lume suo poco s'imbianca;


e in sua dignità mai non rivene,

se non riempie, dove colpa vòta,

contra mal dilettar con giuste pene.


Vostra natura, quando peccò tota

nel seme suo, da queste dignitadi,

come di paradiso, fu remota;


né ricovrar potiensi, se tu badi

ben sottilmente, per alcuna via,

sanza passar per un di questi guadi:


o che Dio solo per sua cortesia

dimesso avesse, o che l'uom per sé isso

avesse sodisfatto a sua follia.


Ficca mo l'occhio per entro l'abisso

de l'etterno consiglio, quanto puoi

al mio parlar distrettamente fisso.


Non potea l'uomo ne' termini suoi

mai sodisfar, per non potere ir giuso

con umiltate obediendo poi,


quanto disobediendo intese ir suso;

e questa è la cagion per che l'uom fue

da poter sodisfar per sé dischiuso.


Dunque a Dio convenia con le vie sue

riparar l'omo a sua intera vita,

dico con l'una, o ver con amendue.


Ma perché l'ovra tanto è più gradita

da l'operante, quanto più appresenta

de la bontà del core ond'ell'è uscita,


la divina bontà che 'l mondo imprenta,

di proceder per tutte le sue vie,

a rilevarvi suso, fu contenta.


Né tra l'ultima notte e 'l primo die

sì alto o sì magnifico processo,

o per l'una o per l'altra, fu o fie:


ché più largo fu Dio a dar sé stesso

per far l'uom sufficiente a rilevarsi,

che s'elli avesse sol da sé dimesso;


e tutti li altri modi erano scarsi

a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio

non fosse umiliato ad incarnarsi.


Or per empierti bene ogni disio,

ritorno a dichiararti in alcun loco,

perché tu veggi lì così com'io.


Tu dici: «Io veggio l'acqua, io veggio il foco,

l'aere e la terra e tutte lor misture

venire a corruzione, e durar poco;


e queste cose pur furon creature;

per che, se ciò ch'è detto è stato vero,

esser dovrien da corruzion sicure».


Li angeli, frate, e 'l paese sincero

nel qual tu se', dir si posson creati,

sì come sono, in loro essere intero;


ma li elementi che tu hai nomati

e quelle cose che di lor si fanno

da creata virtù sono informati.


Creata fu la materia ch'elli hanno;

creata fu la virtù informante

in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.


L'anima d'ogne bruto e de le piante

di complession potenziata tira

lo raggio e 'l moto de le luci sante;


ma vostra vita sanza mezzo spira

la somma beninanza, e la innamora

di sé sì che poi sempre la disira.


E quinci puoi argomentare ancora

vostra resurrezion, se tu ripensi

come l'umana carne fessi allora


che li primi parenti intrambo fensi».

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