Canto XXV

così vid'io lo schiarato splendore venire a' due che si volgieno a nota qual conveniesi al loro ardente amore

Argomento del canto

La speranza terrena di Dante: gli effetti del suo poema – San Giacomo lo esamina sulla speranza – Si unisce san Giovanni che smentisce che il suo corpo sia in paradiso


Dopo le 15 del 31 marzo (o 14 aprile).

Tre luci in danza

Chissà se questo poema sacro, al quale ha posto mano e cielo e terra e che ha fatto Dante macro dalla fatica, gli consentirà di ritornare a Firenze, il suo bello ovile, dove da agnello ha dovuto fronteggiare una guerra con i lupi. Si incoronerà poeta dal momento che Pietro lo ha così lodato!

Un altro lume si muove verso di loro e Beatrice, piena di letizia, gli presenta Giacomo, l’apostolo per il quale si visita la Galizia. Pietro e Giacomo sembrano due colombi che si esprimono affetto reciproco girandosi attorno. Lodano il cibo divino che li nutre e poi ciascuno dei due, tacito, si ferma davanti a Dante che rimane abbagliato.

Beatrice, sorridendo, chiede a Giacomo di interrogare Dante sulla spene, la speranza, che il santo simboleggia, ma prima Dante, su invito di Giacomo che sa quanto abbia acquisito nel viaggio in potere di visione, deve sollevare gli occhi ai loro fuochi. Ora ne regge la vista.

Giacomo si rivolge a Dante che, prima della morte, per grazia di Dio, l’imperadore, è nella sua corte del paradiso: “Di’ che cosa è la spene, che in terra innamora del bene, di’ come se ne ‘infiora la mente tua e di’ da dove a te venne”. È Beatrice, la pia che ha guidato le penne de le sue ali a così alto volo, a prevenirlo e a rispondere per lui al secondo punto indicandolo come il cristiano con più speranza della Chiesa militante: per questo ha ottenuto il privilegio di essere già in paradiso. Gli altri due punti li lascia a lui perché non possono essere occasione di iattanza, di vanagloria. Dante, con la buona volontà dello studente che vuole assecondare il suo maestro per fare bella figura, risponde che la spene è uno attender certo de la gloria futura che producono la grazia divina e il merto personale. Questa luce della speranza gli viene da molte stelle, ma in particolare dai salmi di David e da una epistola dello stesso san Giacomo. Alle parole di Dante, dentro l’incendio del santo balena un lampo che esprime approvazione. Vuole ancora sapere che cosa Dante si aspetti dalla speranza. Questa la risposta: “La mia speranza, che ora è certezza, è, come dice Isaia, la resurrezione del corpo nella dolce vita del paradiso. Lo conferma nella sua Apocalisse anche Giovanni evangelista, tuo fratello”. Prima che Dante finisca queste parole, una voce dall’alto canta un versetto di un salmo di David a cui rispondono tutte le anime.

Si manifesta poi un lume straordinariamente chiaro: come fa una vergine che entra in ballo sol per fare onore alla novella sposa, così questo splendore va verso gli altri due che danzano e cantano come detta il loro ardente amore. Beatrice fissa il suo sguardo in loro come sposa tacita e immobile e, sempre attenta a loro, presenta quel lume come l’apostolo Giovanni.

Dante aguzza la vista come si fa di fronte a un’eclissi di sole e rimane accecato: sta cercando di vedere il corpo di Giovanni che nel Medioevo si credeva assunto in cielo. È Giovanni stesso ad affermare che è terra in terra fino al giorno del Giudizio universale e che assunti in cielo sono solo i due corpi di Gesù e Maria: questo Dante deve riferirlo al mondo!

Alla voce di Giovanni segue immobilità e silenzio come ad un fischio, i remi che prima battevano ne l’acqua a ritmo, si fermano tutti insieme. Quanto si turba Dante quando si volge per veder Beatrice e non riesce a vederla benché sia presso di lei e nel mondo felice!

Canto integrale

Se mai continga che 'l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m'ha fatto per molti anni macro,


vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov'io dormi' agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;


con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò 'l cappello;


però che ne la fede, che fa conte

l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi

Pietro per lei sì mi girò la fronte.


Indi si mosse un lume verso noi

di quella spera ond'uscì la primizia

che lasciò Cristo d'i vicari suoi;


e la mia donna, piena di letizia,

mi disse: «Mira, mira: ecco il barone

per cui là giù si vicita Galizia».


Sì come quando il colombo si pone

presso al compagno, l'uno a l'altro pande,

girando e mormorando, l'affezione;


così vid'io l'un da l'altro grande

principe glorioso essere accolto,

laudando il cibo che là sù li prande.


Ma poi che 'l gratular si fu assolto,

tacito coram me ciascun s'affisse,

ignito sì che vincea 'l mio volto.


Ridendo allora Beatrice disse:

«Inclita vita per cui la larghezza

de la nostra basilica si scrisse,


fa risonar la spene in questa altezza:

tu sai, che tante fiate la figuri,

quante Iesù ai tre fé più carezza».


«Leva la testa e fa che t'assicuri:

che ciò che vien qua sù del mortal mondo,

convien ch'ai nostri raggi si maturi».


Questo conforto del foco secondo

mi venne; ond'io levai li occhi a' monti

che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.


«Poi che per grazia vuol che tu t'affronti

lo nostro Imperadore, anzi la morte,

ne l'aula più secreta co' suoi conti,


sì che, veduto il ver di questa corte,

la spene, che là giù bene innamora,

in te e in altrui di ciò conforte,


di' quel ch'ell'è, di' come se ne 'nfiora

la mente tua, e dì onde a te venne».

Così seguì 'l secondo lume ancora.


E quella pia che guidò le penne

de le mie ali a così alto volo,

a la risposta così mi prevenne:


«La Chiesa militante alcun figliuolo

non ha con più speranza, com'è scritto

nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:


però li è conceduto che d'Egitto

vegna in Ierusalemme per vedere,

anzi che 'l militar li sia prescritto.


Li altri due punti, che non per sapere

son dimandati, ma perch'ei rapporti

quanto questa virtù t'è in piacere,


a lui lasc'io, ché non li saran forti

né di iattanza; ed elli a ciò risponda,

e la grazia di Dio ciò li comporti».


Come discente ch'a dottor seconda

pronto e libente in quel ch'elli è esperto,

perché la sua bontà si disasconda,


«Spene», diss'io, «è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

grazia divina e precedente merto.


Da molte stelle mi vien questa luce;

ma quei la distillò nel mio cor pria

che fu sommo cantor del sommo duce.


'Sperino in te', ne la sua teodìa

dice, 'color che sanno il nome tuo':

e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?


Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,

e in altrui vostra pioggia repluo».


Mentr' io diceva, dentro al vivo seno

di quello incendio tremolava un lampo

sùbito e spesso a guisa di baleno.


Indi spirò: «L'amore ond'io avvampo

ancor ver' la virtù che mi seguette

infin la palma e a l'uscir del campo,


vuol ch'io respiri a te che ti dilette

di lei; ed emmi a grato che tu diche

quello che la speranza ti 'mpromette».


E io: «Le nove e le scritture antiche

pongon lo segno, ed esso lo mi addita,

de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.


Dice Isaia che ciascuna vestita

ne la sua terra fia di doppia vesta:

e la sua terra è questa dolce vita;


e 'l tuo fratello assai vie più digesta,

là dove tratta de le bianche stole,

questa revelazion ci manifesta».


E prima, appresso al fin d'este parole,

'Sperent in te' di sopr'a noi s'udì;

a che rispuoser tutte le carole.


Poscia tra esse un lume si schiarì

sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,

l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.


E come surge e va ed entra in ballo

vergine lieta, sol per fare onore

a la novizia, non per alcun fallo,


così vid'io lo schiarato splendore

venire a' due che si volgieno a nota

qual conveniesi al loro ardente amore.


Misesi lì nel canto e ne la rota;

e la mia donna in lor tenea l'aspetto,

pur come sposa tacita e immota.


«Questi è colui che giacque sopra 'l petto

del nostro pellicano, e questi fue

di su la croce al grande officio eletto».


La donna mia così; né però piùe

mosser la vista sua di stare attenta

poscia che prima le parole sue.


Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta

di vedere eclissar lo sole un poco,

che, per veder, non vedente diventa;


tal mi fec'io a quell'ultimo foco

mentre che detto fu: «Perché t'abbagli

per veder cosa che qui non ha loco?


In terra è terra il mio corpo, e saragli

tanto con li altri, che 'l numero nostro

con l'etterno proposito s'agguagli.


Con le due stole nel beato chiostro

son le due luci sole che saliro;

e questo apporterai nel mondo vostro».


A questa voce l'infiammato giro

si quietò con esso il dolce mischio

che si facea nel suon del trino spiro,


sì come, per cessar fatica o rischio,

li remi, pria ne l'acqua ripercossi,

tutti si posano al sonar d'un fischio.


Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

per non poter veder, benché io fossi


presso di lei, e nel mondo felice!

I nostri Mecenate

SicComeDante è un progetto gestito dall'Associazione Culturale inPrimis - APS. Se vuoi sostenere questo progetto, puoi fare una donazione e, a seconda dell'importo, sarai pubblicato tra i nostri Mecenate accanto al tuo canto, terzina o verso preferito. Scopri di più o dona ora.

Mecenate del Canto XXV

Vuoi sostenere SicComeDante?
Diventa Mecenate

Mecenate della terzina

Diventa Mecenate

Mecenate del verso

Diventa Mecenate