Canto XXVII

Oh cupidigia che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha podere di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Argomento del canto

Inno dei santi – Invettiva di san Pietro – Salita delle anime all’Empireo, sguardo alla terra, ascesa al Primo Mobile – Lezione di Beatrice e profezia


Sera del 31 marzo (o 14 aprile)

Santa ira

Gloria al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo” canta tutto ‘l paradiso così dolcemente da inebriare Dante: gli sembra di vedere un riso de l’universo tanta è l’ebbrezza della visione e dell’ascolto. Oh gioia! Oh vita integra d’amore e di pace! 

Gli stanno davanti le quattro luci. Quella di Pietro da bianca comincia a farsi rossa. Dio impone il silenzio quando Dante sente una voce. È quella di Pietro: “Non ti meravigliar se cambio colore: alle mie parole lo faranno tutti. Colui che in terra usurpa il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, il papa, ha fatto di Roma, luogo della mia sepoltura, una cloaca dove scolano sangue, c’è puzza e ‘l perverso Lucifero si sente a casa”.

Il cielo si cosparge di rosso. Anche Beatrice cambia colore. Pietro procede con voce alterata, diversa da quella sua solita più di quanto si sia mutato il suo colore. Afferma con forza che la Chiesa, sposa di Cristo, non può essere usata per acquisto d’oro, ma, grazie al sangue dei suoi santi papi, solo per acquisto del paradiso: “Non fu nostra intenzion dividere il popolo cristiano e ridurlo in guerra diviso tra guelfi e ghibellini e nemmeno legittimare con la mia figura la vendita di falsi privilegi: di questo arrosso e mi infiammo di rabbia. Lupi rapaci sono i pastori e le famiglie potenti dei papi attuali si preparano a bere il nostro sangue. Ma la provedenza divina, che difese Roma gloria del mondo, verrà presto in soccorso. E tu, figliuol, che giù in terra tornerai, apri la bocca e non nascondere quel ch’io non nascondo”.

Le anime risalgono all’Empireo come fiocchi di neve che, anziché scendere, vanno verso l’alto sotto lo sguardo di Dante che le segue fin che può. Beatrice lo invita ora ad abbassare il viso e a guardare quant’è ampia la parte di universo che ha attraversato. Si accorge di essersi spostato di 90° in sei ore e di essere perpendicolare a Gade, il passaggio folle d’Ulisse.

La sua mente innamorata arde dal desiderio di contemplare la sua donna: le bellezze di natura o arte adunate tutte insieme sono nulla a confronto del piacer divin che si impossessa di Dante quando vede il viso ridente di Beatrice. La virtù del suo sguardo lo trasporta nel ciel velocissimo del Primo Mobile. È così uniforme che non sa in quale luogo preciso sia.

Beatrice si accorge del suo smarrimento e, sorridendo lieta, gli spiega la struttura dell’universo: in mezzo c’è la terra immobile e attorno i cieli in movimento. Questo cielo in cui sono, il Primo Mobile, è l’origine di tutto l’universo e lo racchiude. Non esiste se non nella mente divina che lo fa muovere per amore. È contenuto nell’Empireo che è luce e amor. A questa visione di perfezione Beatrice contrappone il lamento per la vita terrena affondata nella cupidigia: fede e innocenza si ritrovano solo nei bambini perché la volontà di fare il bene presto si deteriora come la pioggia continua converte le sosine vere in bozzacchioni, le fa cioè marcire. Tutto questo succede perché ‘n terra non è chi governi, mancano le guide del papa e dell’imperatore. Ma non tra molto tempo -profetizza Beatrice- si cambierà direzione e vero frutto verrà dopo il fiore.

Canto intergale

Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',

cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,

sì che m'inebriava il dolce canto.


Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso

de l'universo; per che mia ebbrezza

intrava per l'udire e per lo viso.


Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!

oh vita intègra d'amore e di pace!

oh sanza brama sicura ricchezza!


Dinanzi a li occhi miei le quattro face

stavano accese, e quella che pria venne

incominciò a farsi più vivace,


e tal ne la sembianza sua divenne,

qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte

fossero augelli e cambiassersi penne.


La provedenza, che quivi comparte

vice e officio, nel beato coro

silenzio posto avea da ogne parte,


quand'io udi': «Se io mi trascoloro,

non ti maravigliar, ché, dicend'io,

vedrai trascolorar tutti costoro.


Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca

ne la presenza del Figliuol di Dio,


fatt'ha del cimitero mio cloaca

del sangue e de la puzza; onde 'l perverso

che cadde di qua sù, là giù si placa».


Di quel color che per lo sole avverso

nube dipigne da sera e da mane,

vid'io allora tutto 'l ciel cosperso.


E come donna onesta che permane

di sé sicura, e per l'altrui fallanza,

pur ascoltando, timida si fane,


così Beatrice trasmutò sembianza;

e tale eclissi credo che 'n ciel fue,

quando patì la supprema possanza.


Poi procedetter le parole sue

con voce tanto da sé trasmutata,

che la sembianza non si mutò piùe:


«Non fu la sposa di Cristo allevata

del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,

per essere ad acquisto d'oro usata;


ma per acquisto d'esto viver lieto

e Sisto e Pio e Calisto e Urbano

sparser lo sangue dopo molto fleto.


Non fu nostra intenzion ch'a destra mano

d'i nostri successor parte sedesse,

parte da l'altra del popol cristiano;


né che le chiavi che mi fuor concesse,

divenisser signaculo in vessillo

che contra battezzati combattesse;


né ch'io fossi figura di sigillo

a privilegi venduti e mendaci,

ond'io sovente arrosso e disfavillo.


In vesta di pastor lupi rapaci

si veggion di qua sù per tutti i paschi:

o difesa di Dio, perché pur giaci?


Del sangue nostro Caorsini e Guaschi

s'apparecchian di bere: o buon principio,

a che vil fine convien che tu caschi!


Ma l'alta provedenza, che con Scipio

difese a Roma la gloria del mondo,

soccorrà tosto, sì com'io concipio;


e tu, figliuol, che per lo mortal pondo

ancor giù tornerai, apri la bocca,

e non asconder quel ch'io non ascondo».


Sì come di vapor gelati fiocca

in giuso l'aere nostro, quando 'l corno

de la capra del ciel col sol si tocca,


in sù vid'io così l'etera addorno

farsi e fioccar di vapor triunfanti

che fatto avien con noi quivi soggiorno.


Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,

e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,

li tolse il trapassar del più avanti.


Onde la donna, che mi vide assolto

de l'attendere in sù, mi disse: «Adima

il viso e guarda come tu se' vòlto».


Da l'ora ch'io avea guardato prima

i' vidi mosso me per tutto l'arco

che fa dal mezzo al fine il primo clima;


sì ch'io vedea di là da Gade il varco

folle d'Ulisse, e di qua presso il lito

nel qual si fece Europa dolce carco.


E più mi fora discoverto il sito

di questa aiuola; ma 'l sol procedea

sotto i mie' piedi un segno e più partito.


La mente innamorata, che donnea

con la mia donna sempre, di ridure

ad essa li occhi più che mai ardea;


e se natura o arte fé pasture

da pigliare occhi, per aver la mente,

in carne umana o ne le sue pitture,


tutte adunate, parrebber niente

ver' lo piacer divin che mi refulse,

quando mi volsi al suo viso ridente.


E la virtù che lo sguardo m'indulse,

del bel nido di Leda mi divelse,

e nel ciel velocissimo m'impulse.


Le parti sue vivissime ed eccelse

sì uniforme son, ch'i' non so dire

qual Beatrice per loco mi scelse.


Ma ella, che vedea 'l mio disire,

incominciò, ridendo tanto lieta,

che Dio parea nel suo volto gioire:


«La natura del mondo, che quieta

il mezzo e tutto l'altro intorno move,

quinci comincia come da sua meta;


e questo cielo non ha altro dove

che la mente divina, in che s'accende

l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.


Luce e amor d'un cerchio lui comprende,

sì come questo li altri; e quel precinto

colui che 'l cinge solamente intende.


Non è suo moto per altro distinto,

ma li altri son mensurati da questo,

sì come diece da mezzo e da quinto;


e come il tempo tegna in cotal testo

le sue radici e ne li altri le fronde,

omai a te può esser manifesto.


Oh cupidigia che i mortali affonde

sì sotto te, che nessuno ha podere

di trarre li occhi fuor de le tue onde!


Ben fiorisce ne li uomini il volere;

ma la pioggia continua converte

in bozzacchioni le sosine vere.


Fede e innocenza son reperte

solo ne' parvoletti; poi ciascuna

pria fugge che le guance sian coperte.


Tale, balbuziendo ancor, digiuna,

che poi divora, con la lingua sciolta,

qualunque cibo per qualunque luna;


e tal, balbuziendo, ama e ascolta

la madre sua, che, con loquela intera,

disia poi di vederla sepolta.


Così si fa la pelle bianca nera

nel primo aspetto de la bella figlia

di quel ch'apporta mane e lascia sera.


Tu, perché non ti facci maraviglia,

pensa che 'n terra non è chi governi;

onde sì svia l'umana famiglia.


Ma prima che gennaio tutto si sverni

per la centesma ch'è là giù negletta,

raggeran sì questi cerchi superni,


che la fortuna che tanto s'aspetta,

le poppe volgerà u' son le prore,

sì che la classe correrà diretta;


e vero frutto verrà dopo 'l fiore».

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