Canto XXVIII

e questo era d'un altro circumcinto, e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto, dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Argomento del canto

Il punto luminoso e nove cerchi di fuoco – Corrispondenza tra i cieli e i cori angelici: spiegazione di Beatrice e domanda di Dante – Classificazione dei cori angelici


Sera del 31 marzo (o 14 aprile).

L’ordine degli angeli

Beatrice, quella che ‘mparadisa la mente di Dante, dopo la sua profezia contro la vita presente d’i miseri mortali, riceve ne’ suoi belli occhi una luce riflessa come in uno specchio. Dante la vede e si volta alla ricerca della fonte di luce: un punto che raggia un lume acuto lo costringe a chiudere gli occhi. Attorno a esso, un cerchio di fuoco ruota sì veloce da superare il movimento del Primo Mobile, il cielo in cui si trovano. Attorno c’è un altro cerchio infuocato, poi un terzo, poi un quarto, un quinto, un sesto, un settimo, un ottavo e un nono. Ruotano a velocità decrescente man mano che si allontanano dal punto centrale e nello stesso ordine diventano meno luminosi.

È ancora Beatrice a spiegare a Dante, sospeso in dubbio, che da quel punto dipendono il cielo e tutta la natura. Da lì si irradia affocato amore: Dante è di fronte alla rappresentazione di Dio. Dante chiede, con un lucido ragionamento, come mai i nove cerchi attorno a quel punto si muovono con una logica inversa rispetto a quella del mondo sensibile dal momento che attorno alla terra ruotano più veloci i cieli lontano da essa, il loro centro. Beatrice lo tranquillizza: non è meraviglia se i diti di Dante non possono sciogliere quel nodo che si è fatto più resistente perché nessuno ha finora cercato di allentarlo. Aguzzi ora l’ingegno alle sue parole: più ampi sono i cieli e più potenti gli influssi che possono esercitare. Il cielo in cui sono, il Primo Mobile, è quello che contiene più amore e sapienza. I cieli sono mossi dagli angeli che posseggono diversa virtù. I cerchi rappresentano le gerarchie angeliche ognuna in relazione con uno dei cieli materiali che circondano la terra. Queste parole chiariscono le idee di Dante come un colpo di vento toglie la nebbia sì che ‘l ciel ne ride e la verità diventa luminosa come stella.

Le sfere -i cerchi attorno al punto- sfavillano come disfavilla ferro che bolle e producono un incendio di scintille il cui numero s’immilla si fa cioè migliaia. Dante sente gli angeli da cerchio a cerchio cantare osanna a Dio, il punto fisso a cui sono sempre legati. Beatrice, quella che vede ne la mente di Dante i dubbi, gli illustra la posizione dei cori angelici. I primi tre cerchi, più vicini al punto, sono formati da Serafini, Cherubini e Troni: il piacere di questi angeli è la profonda contemplazione della verità che queta ogne intelletto. L’essere beato si fonda sulla conoscenza e non sull’amore che è la sua conseguenza. La seconda triade angelica, che germoglia in questa primavera eterna del cielo, comprende le Dominazioni, le Virtudi e le Podestadi. Seguono poi i Principati, gli Arcangeli e, in ultimo, gli Angeli festanti.

Beatrice afferma di avere presentato l’ordine degli angeli come lo ha descritto un teologo, Dionisio, e non papa Gregorio che si rese conto del suo errore una volta in questo cielo e rise di sé. Non c’è da meravigliarsi che ora sia svelato questo secreto vero: Dionisio ne ha avuto rivelazione da san Paolo.

Canto integrale

Poscia che 'ncontro a la vita presente

d'i miseri mortali aperse 'l vero

quella che 'mparadisa la mia mente,


come in lo specchio fiamma di doppiero

vede colui che se n'alluma retro,

prima che l'abbia in vista o in pensiero,


e sé rivolge per veder se 'l vetro

li dice il vero, e vede ch'el s'accorda

con esso come nota con suo metro;


così la mia memoria si ricorda

ch'io feci riguardando ne' belli occhi

onde a pigliarmi fece Amor la corda.


E com'io mi rivolsi e furon tocchi

li miei da ciò che pare in quel volume,

quandunque nel suo giro ben s'adocchi,


un punto vidi che raggiava lume

acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca

chiuder conviensi per lo forte acume;


e quale stella par quinci più poca,

parrebbe luna, locata con esso

come stella con stella si collòca.


Forse cotanto quanto pare appresso

alo cigner la luce che 'l dipigne

quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,


distante intorno al punto un cerchio d'igne

si girava sì ratto, ch'avria vinto

quel moto che più tosto il mondo cigne;


e questo era d'un altro circumcinto,

e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,

dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.


Sopra seguiva il settimo sì sparto

già di larghezza, che 'l messo di Iuno

intero a contenerlo sarebbe arto.


Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno

più tardo si movea, secondo ch'era

in numero distante più da l'uno;


e quello avea la fiamma più sincera

cui men distava la favilla pura,

credo, però che più di lei s'invera.


La donna mia, che mi vedea in cura

forte sospeso, disse: «Da quel punto

depende il cielo e tutta la natura.


Mira quel cerchio che più li è congiunto;

e sappi che 'l suo muovere è sì tosto

per l'affocato amore ond'elli è punto».


E io a lei: «Se 'l mondo fosse posto

con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,

sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;


ma nel mondo sensibile si puote

veder le volte tanto più divine,

quant'elle son dal centro più remote.


Onde, se 'l mio disir dee aver fine

in questo miro e angelico templo

che solo amore e luce ha per confine,


udir convienmi ancor come l'essemplo

e l'essemplare non vanno d'un modo,

ché io per me indarno a ciò contemplo».


«Se li tuoi diti non sono a tal nodo

sufficienti, non è maraviglia:

tanto, per non tentare, è fatto sodo!».


Così la donna mia; poi disse: «Piglia

quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;

e intorno da esso t'assottiglia.


Li cerchi corporai sono ampi e arti

secondo il più e 'l men de la virtute

che si distende per tutte lor parti.


Maggior bontà vuol far maggior salute;

maggior salute maggior corpo cape,

s'elli ha le parti igualmente compiute.


Dunque costui che tutto quanto rape

l'altro universo seco, corrisponde

al cerchio che più ama e che più sape:


per che, se tu a la virtù circonde

la tua misura, non a la parvenza

de le sustanze che t'appaion tonde,


tu vederai mirabil consequenza

di maggio a più e di minore a meno,

in ciascun cielo, a sua intelligenza».


Come rimane splendido e sereno

l'emisperio de l'aere, quando soffia

Borea da quella guancia ond'è più leno,


per che si purga e risolve la roffia

che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride

con le bellezze d'ogne sua paroffia;


così fec'io, poi che mi provide

la donna mia del suo risponder chiaro,

e come stella in cielo il ver si vide.


E poi che le parole sue restaro,

non altrimenti ferro disfavilla

che bolle, come i cerchi sfavillaro.


L'incendio suo seguiva ogne scintilla;

ed eran tante, che 'l numero loro

più che 'l doppiar de li scacchi s'immilla.


Io sentiva osannar di coro in coro

al punto fisso che li tiene a li ubi,

e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.


E quella che vedea i pensier dubi

ne la mia mente, disse: «I cerchi primi

t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.


Così veloci seguono i suoi vimi,

per somigliarsi al punto quanto ponno;

e posson quanto a veder son soblimi.


Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,

si chiaman Troni del divino aspetto,

per che 'l primo ternaro terminonno;


e dei saper che tutti hanno diletto

quanto la sua veduta si profonda

nel vero in che si queta ogne intelletto.


Quinci si può veder come si fonda

l'essere beato ne l'atto che vede,

non in quel ch'ama, che poscia seconda;


e del vedere è misura mercede,

che grazia partorisce e buona voglia:

così di grado in grado si procede.


L'altro ternaro, che così germoglia

in questa primavera sempiterna

che notturno Ariete non dispoglia,


perpetualemente 'Osanna' sberna

con tre melode, che suonano in tree

ordini di letizia onde s'interna.


In essa gerarcia son l'altre dee:

prima Dominazioni, e poi Virtudi;

l'ordine terzo di Podestadi èe.


Poscia ne' due penultimi tripudi

Principati e Arcangeli si girano;

l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.


Questi ordini di sù tutti s'ammirano,

e di giù vincon sì, che verso Dio

tutti tirati sono e tutti tirano.


E Dionisio con tanto disio

a contemplar questi ordini si mise,

che li nomò e distinse com'io.


Ma Gregorio da lui poi si divise;

onde, sì tosto come li occhi aperse

in questo ciel, di sé medesmo rise.


E se tanto secreto ver proferse

mortale in terra, non voglio ch'ammiri;

ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse


con altro assai del ver di questi giri».

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