Canto I

Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Argomento del canto

Presentazione del contenuto della seconda cantica e invocazione alle Muse – Il paesaggio e Catone -Dialogo con Virgilio – Rito di purificazione


Circa le quattro del mattino del 27 marzo (o 10 aprile), Pasqua.

La spiaggia dell’umiltà

La navicella dell’ingegno di Dante corre adesso miglior acque scampata al mare crudele dell’inferno e canterà del purgatorio, quel secondo regno dove le anime conquistano il diritto di salire al cielo. Lo aiuti la potenza delle Muse, a cui Dante da poeta sente di appartenere!


L’aria serene purè di un dolce color d’oriental zaffiro e restituisce diletto e sollievo a li occhi del poeta appena uscito fuori de l’aura morta dell’inferno. Con lo sguardo all’emisfero australe dove ora si trova, Dante vede Venere, il bel pianeto dell’amore, e quattro stelle di cui nessuno ha mai potuto goder se non Adamo ed Eva: come ne è dolorosa la privazione nel nostro emisfero!

Vede presso di lui un veglio solo, degno di tanta reverenza più di quella che un figlio deve al padre. La barba lunga e brizzolata è simile ai suoi capelli che gli cadono al petto in doppia lista. Le quattro stelle sante gli illuminano la faccia come se avesse il sole davante: “Chi siete voi, fuggiti dalla pregione etterna e nera dell’inferno? Chi v’ha guidati o chi vi ha fatto luce? Sono cambiate le leggi di Dio che, dannati, venite in questo mio regno?”

Virgilio afferra Dante e lo induce a inginocchiarsi reverente e poi risponde: “Sono qui grazie ai prieghi di una donna scesa del ciel -Beatrice- perché aiutassi quest’uomo che non è morto, ma che per la sua follia fu vicino a morire: per campare non aveva altra via che questo viaggio. Gli ho mostrato i dannati e ora gli mostrerò gli spirti del purgatorio che è sotto il tuo controllo. Dio m’aiuta. Gradisci, quindi, la sua venuta: libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Virgilio gli parla sapendo che è l’antico romano Catone e gli ricorda il suo suicidio a Utica proprio per amore della libertà minacciata da Cesare. Lo rassicura che li editti eterni di Dio sono intatti: Dante vive e lui, Virgilio, è del limbo insieme a Marzia, la moglie di Catone per amore della quale lo prega di farli andare per le sette cornici del suo regno. Ringrazierà Marzia di questo se non gli dispiace di essere ricordato la giù. La risposta di Catone è quella di un uomo integerrimo che agisce non per amore di Marzia che tanto gli piacque in vita, ma per obbedire alla donna del ciel che ha mosso Virgilio. Vada dunque a cingere Dante di un giunco, unica pianta che cresce sulla spiaggia di questa isoletta dove batte l’onda, e gli lavi il viso per purificarlo da ogni sudiciume prima di presentarsi all’angelo portiere. Dovranno poi tornare non da qua, per salire sul monte del purgatorio nel punto meno ripido indicato dal sole che sta sorgendo.


Sparisce così e Dante, senza parlare, si ritrae vicino al suo duca che lo guida alla spiaggia da dove mai nessuno è tornato. Da lontano, alle luci dell’alba, riconosce il tremolar de la marina. Sono soli con la sensazione di aver ritrovato la perduta strada. Arrivano dove su l’erbetta, all’ombra, c’è ancora la rugiada con la quale Virgilio soavemente si bagna ambo le mani. Le passa sulle guance di Dante che si porge ver lui e recupera il color che l’inferno ha nascosto. Lo cinge con un giunco, l’umile pianta, che, oh maraviglia, subito rispunta uguale dove è stata strappata.

Testo del canto


Per correr miglior acque alza le vele


omai la navicella del mio ingegno,


che lascia dietro a sé mar sì crudele;


 


e canterò di quel secondo regno


dove l'umano spirito si purga


e di salire al ciel diventa degno.


 


Ma qui la morta poesì resurga,


o sante Muse, poi che vostro sono;


e qui Caliopè alquanto surga,


 


seguitando il mio canto con quel suono


di cui le Piche misere sentiro


lo colpo tal, che disperar perdono.


 


Dolce color d'oriental zaffiro,


che s'accoglieva nel sereno aspetto


del mezzo, puro infino al primo giro,


 


a li occhi miei ricominciò diletto,


tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta


che m'avea contristati li occhi e 'l petto.


 


Lo bel pianeto che d'amar conforta


faceva tutto rider l'oriente,


velando i Pesci ch'erano in sua scorta.


 


I' mi volsi a man destra, e puosi mente


a l'altro polo, e vidi quattro stelle


non viste mai fuor ch'a la prima gente.


 


Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:


oh settentrional vedovo sito,


poi che privato se' di mirar quelle!


 


Com'io da loro sguardo fui partito,


un poco me volgendo a l 'altro polo,


là onde il Carro già era sparito,


 


vidi presso di me un veglio solo,


degno di tanta reverenza in vista,


che più non dee a padre alcun figliuolo.


 


Lunga la barba e di pel bianco mista


portava, a' suoi capelli simigliante,


de' quai cadeva al petto doppia lista.


 


Li raggi de le quattro luci sante


fregiavan sì la sua faccia di lume,


ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.


 


«Chi siete voi che contro al cieco fiume


fuggita avete la pregione etterna?»,


diss'el, movendo quelle oneste piume.


 


«Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,


uscendo fuor de la profonda notte


che sempre nera fa la valle inferna?


 


Son le leggi d'abisso così rotte?


o è mutato in ciel novo consiglio,


che, dannati, venite a le mie grotte?».


 


Lo duca mio allor mi diè di piglio,


e con parole e con mani e con cenni


reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.


 


Poscia rispuose lui: «Da me non venni:


donna scese del ciel, per li cui prieghi


de la mia compagnia costui sovvenni.


 


Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi


di nostra condizion com'ell'è vera,


esser non puote il mio che a te si nieghi.


 


Questi non vide mai l'ultima sera;


ma per la sua follia le fu sì presso,


che molto poco tempo a volger era.


 


Sì com'io dissi, fui mandato ad esso


per lui campare; e non lì era altra via


che questa per la quale i' mi son messo.


 


Mostrata ho lui tutta la gente ria;


e ora intendo mostrar quelli spirti


che purgan sé sotto la tua balìa.


 


Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;


de l'alto scende virtù che m'aiuta


conducerlo a vederti e a udirti.


 


Or ti piaccia gradir la sua venuta:


libertà va cercando, ch'è sì cara,


come sa chi per lei vita rifiuta.


 


Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara


in Utica la morte, ove lasciasti


la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.


 


Non son li editti etterni per noi guasti,


ché questi vive, e Minòs me non lega;


ma son del cerchio ove son li occhi casti


 


di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,


o santo petto, che per tua la tegni:


per lo suo amore adunque a noi ti piega.


 


Lasciane andar per li tuoi sette regni;


grazie riporterò di te a lei,


se d'esser mentovato là giù degni».


 


«Marzia piacque tanto a li occhi miei


mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora,


«che quante grazie volse da me, fei.


 


Or che di là dal mal fiume dimora,


più muover non mi può, per quella legge


che fatta fu quando me n'usci' fora.


 


Ma se donna del ciel ti muove e regge,


come tu di' , non c'è mestier lusinghe:


bastisi ben che per lei mi richegge.


 


Va dunque, e fa che tu costui ricinghe


d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,


sì ch'ogne sucidume quindi stinghe;


 


ché non si converria, l'occhio sorpriso


d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo


ministro, ch'è di quei di paradiso.


 


Questa isoletta intorno ad imo ad imo,


là giù colà dove la batte l'onda,


porta di giunchi sovra 'l molle limo;


 


null'altra pianta che facesse fronda


o indurasse, vi puote aver vita,


però ch'a le percosse non seconda.


 


Poscia non sia di qua vostra reddita;


lo sol vi mosterrà, che surge omai,


prendere il monte a più lieve salita».


 


Così sparì; e io sù mi levai


sanza parlare, e tutto mi ritrassi


al duca mio, e li occhi a lui drizzai.


 


El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:


volgianci in dietro, ché di qua dichina


questa pianura a' suoi termini bassi».


 


L'alba vinceva l'ora mattutina


che fuggia innanzi, sì che di lontano


conobbi il tremolar de la marina.


 


Noi andavam per lo solingo piano


com'om che torna a la perduta strada,


che 'nfino ad essa li pare ire in vano.


 


Quando noi fummo là 've la rugiada


pugna col sole, per essere in parte


dove, ad orezza, poco si dirada,


 


ambo le mani in su l'erbetta sparte


soavemente 'l mio maestro pose:


ond'io, che fui accorto di sua arte,


 


porsi ver' lui le guance lagrimose:


ivi mi fece tutto discoverto


quel color che l'inferno mi nascose.


 


Venimmo poi in sul lito diserto,


che mai non vide navicar sue acque


omo, che di tornar sia poscia esperto.


 


Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:


oh maraviglia! ché qual elli scelse


l'umile pianta, cotal si rinacque


 


subitamente là onde l'avelse.

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