Canto XI

Non è il mondan romore altro ch'un fiato di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato.

Argomento del canto

Il Padre nostro dei superbi – Umberto Aldobrandeschi – Oderisi da Gubbio – Racconto della storia di Provenzan Salvani


Circa le undici del mattino di lunedì 28 marzo (o 11 aprile).

Vana gloria

“O padre nostro, che ne’ cieli stai -pregano le anime che camminano in tondo lungo la prima cornice ognuna sotto un peso diverso- laudato sia il tuo nome da ogni creatura. Vegna a noi la pace del tuo regno. Dà oggi a noi il pane cotidiano e, come noi perdoniamo, perdona benigno. Liberaci dal demonio. Quest’ultima preghiera non si fa per noi, ma per quelli rimasti in terra”. Dante considera che se nel purgatorio per noi sempre si prega così, bisogna proprio contraccambiare quelle anime per aiutarle a raggiungere più in fretta le stellate ruote del paradiso.

Virgilio, con parole di gentile augurio, chiede loro il modo più rapido per salire e il varco che possa superare anche Dante appesantito dal corpo. Non è possibile individuare chi risponda: “Venite con noi e a destra troverete il passaggio. S’io non fossi impedito dal sasso che abbassa il mio capo superbo e mi costringe a tenere il viso basso, guardere’io questo vivo per capire s’i’ ‘l conosco e per farlo pietoso della mia pena. Io fui italiano, nato d’un gran tosco, Guglielmo Aldobrandesco. Non so se il suo nome fu noto” Gli Aldobrandeschi, signori della Maremma senese, furono, in realtà, molto noti in Toscana ai tempi di Dante. Chi parla è Omberto, morto violentemente in circostanze oggi oscure. Per sua ammissione, fu così arrogante da disprezzare ogn’uomo come sanno bene i Sanesi e tutti al suo castello di Campagnatico. La superbia fu un vizio della sua casata ed è per questo qui punito.

Per ascoltare quest’anima, Dante china in giù la faccia e un di loro, non questi che parla, si torce sotto il peso, lo riconosce e lo chiama. È Oderisi da Agobbio che raggiunse grande onor nell’arte della miniatura: è Dante a dichiararne il nome. Oderisi sa che oggi è stato superato nel pennelleggiare da Franco bolognesenon lo avrebbe ammesso così facilmente in vita per il suo gran desio d’eccellenza e non sarebbe qui se non si fosse pentito della sua superbia prima di morire. Anche la fama di Cimabue ne la pittura è ora vinta da quella di Giotto e, in campo letterario, Guido Cavalcanti ha tolto la gloria de la lingua a l’altro Guido (Guinizelli) senza contare che forse è nato già chi supererà entrambi (Dante sta probabilmente pensando a se stesso).  La fama del mondo altro non è ch’un fiato di vento che cambia velocemente direzione. Quale maggiore fama avrai dopo mill’anni se muori vecchio o bambino in rapporto al tempo cosmico?

È sempre Oderisi che esemplifica la vanità della gloria terrena, erba che scolora al sole, raccontando la storia di un famoso toscano, ora noto a stento a Siena: è Provenzan Salvani, combattente a Montaperti dove vinse i fiorentini, una volta superbi e ora venduti. Volle, presuntuoso, tenere nelle sue mani tutta Siena. Il discorso di Oderisi induce Dante all’umiltà e gli smorza l’orgoglio del suo carattere: è quello che dichiara lui stesso, stupito che lo spirito di Provenzan sia già lì e non nell’antipurgatorio essendosi pentito alla fine della vita. Accelerò la sua salita in Purgatorio un’azione di umiltà nei confronti di un amico suo che, liberamente nel Campo di Siena, scelse di aiutare chiedendo l’elemosina per raccogliere una forte somma per riscattarlo dalla prigione.

Il discorso di Oderisi si conclude con parole oscure: passerà poco tempo che anche Dante capirà, a causa dei suoi concittadini, l’umiliazione del chiedere l’elemosina.

Testo del canto

«O Padre nostro, che ne' cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch'ai primi effetti di là sù tu hai,


laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore

da ogni creatura, com'è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.


Vegna ver' noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.


Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de' suoi.


Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s'affanna.


E come noi lo mal ch'avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.


Nostra virtù che di legger s'adona,

non spermentar con l'antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.


Quest'ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».


Così a sé e noi buona ramogna

quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,

simile a quel che tal volta si sogna,


disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.


Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei ch'hanno al voler buona radice?


Ben si de' loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.


«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

tosto, sì che possiate muover l'ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,


mostrate da qual mano inver' la scala

si va più corto; e se c'è più d'un varco,

quel ne 'nsegnate che men erto cala;


ché questi che vien meco, per lo 'ncarco

de la carne d'Adamo onde si veste,

al montar sù, contra sua voglia, è parco».


Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu' io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;


ma fu detto: «A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.


E s'io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,


cotesti, ch'ancor vive e non si noma,

guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.


Io fui latino e nato d'un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se 'l nome suo già mai fu vosco.


L'antico sangue e l'opere leggiadre

d'i miei maggior mi fer sì arrogante,

che, non pensando a la comune madre,


ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch'io ne mori', come i Sanesi sanno

e sallo in Campagnatico ogne fante.


Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, ché tutti miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.


E qui convien ch'io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».


Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li 'mpaccia,


e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.


«Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,

l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte

ch'alluminar chiamata è in Parisi?».


«Frate», diss'elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l'onore è tutto or suo, e mio in parte.


Ben non sare' io stato sì cortese

mentre ch'io vissi, per lo gran disio

de l'eccellenza ove mio core intese.


Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.


Oh vana gloria de l'umane posse!

com'poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l'etati grosse!


Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura:


così ha tolto l'uno a l'altro Guido

la gloria de la lingua; e forse è nato

chi l'uno e l'altro caccerà del nido.


Non è il mondan romore altro ch'un fiato

di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.


Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',


pria che passin mill'anni? ch'è più corto

spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.


Colui che del cammin sì poco piglia

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,


ond'era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo sì com'ora è putta.


La vostra nominanza è color d'erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba».


E io a lui: «Tuo vero dir m'incora

bona umiltà, e gran tumor m'appiani;

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».


«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

ed è qui perché fu presuntuoso

a recar Siena tutta a le sue mani.


Ito è così e va, sanza riposo,

poi che morì; cotal moneta rende

a sodisfar chi è di là troppo oso».


E io: «Se quello spirito ch'attende,

pria che si penta, l'orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,


se buona orazion lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?».


«Quando vivea più glorioso», disse,

«liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s'affisse;


e lì, per trar l'amico suo di pena

ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.


Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.


Quest'opera li tolse quei confini».

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