Canto XIII

Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia.

Argomento del canto

Gli esempi d’amore - La pena degli invidiosi - Sapìa senese.


Prime ore del pomeriggio di lunedì 28 marzo (o 11 aprile).

L’invidia è uno sguardo ostile

Arrivati, attraverso la scala, alla seconda cornice, che ha una circonferenza minore della primaia, non vedono né ombre né disegni sul livido color de la pietraia. Virgilio teme di dovere indugiare troppo in attesa di qualcuno che indichi lo novo cammin e allora rivolge gli occhi al sole, -“o dolce lume che scaldi il mondo”-  per essere guidato dai suoi raggi. Camminano in poco tempo, perché li sospinge un forte desiderio, per una distanza che sulla terra corrisponde a un miglio quando sentono volar verso di loro, non però visti, degli spiriti che invitano cortesi a la mensa d’amore. La prima voce che passa volando evoca la carità di Maria alle nozze di Cana quando indusse, con le sue parole, Gesù a trasformare l’acqua in vino. Un’altra condensa in una battuta un episodio mitologico, quello di Pilade disposto a morire al posto dell’amico Oreste. Dante chiede che voci son queste quando arriva la terza: “Amate chi vi ha fatto del male”, le parole di Gesù nel discorso della montagna.

Virgilio, da buon maestro, spiega a Dante che si trovano dove è punita la colpa de la invidia, che ha sentito esempi d’amore, la virtù contraria a essa, e che, a suo avviso, conclusa la sua espiazione con il percorso in questa cornice, sentirà esempi dei mali che l’invidia produce. Lo esorta a ficcare li occhi innanzi dove Dante vede ombre con manti non diversi di colore da quello de la pietra. Questi spiriti cantano le litanie dei santi. Dante, all’avvicinarsi, non può trattenere il pianto e non essere punto da compassione. Coperti di un misero cilicio, si sostengono l’uno l’altro con la spalla appoggiati alla roccia come i ciechi stanno a chiedere l’elemosina davanti alle chiese con l’uno il capo sopra l’altro. Anche a queste ombre non approda il sole perché a tutte un fil di ferro fora le ciglia e le cuce come si fa agli sparvieri selvatici. A Dante sembra di fare loro oltraggio vedendoli non essendo vedutoSi rivolge al saggio Virgilio che lo capisce anche se è muto e lo sprona a parlare loro breve e arguto. Le divote ombre hanno le gote bagnate da lacrime che fuoriescono per l’orribile cucitura.


 Virgilio cammina dalla parte de la cornice da dove si può cadere -non c’è sponda- e Dante vicino alle anime. Con parole gentili e beneauguranti, chiede se ci sia tra loro un’anima italiana. Una voce più avanti risponde: l’Italia l’ha accolta peregrina, ma la sua vera città è quella celeste. C’è un’ombra che è in posizione d’attesa: Dante lo capisce da come leva il mento. Deve essere stata lei a parlare... Si presenta come una Sanese che qui purifica la vita peccaminosa: “Non fui saggia, sebbene mi chiamassero Sapia - questo nome significa saggia- e fui più lieta de li dannialtrui che della mia buona sorte. Ne fuifolle: avevo già passato la metà della vita quando i miei cittadini, nel 1269, combatterono contro i loro nemici fiorentini e io pregavo per quello che avvenne, la loro sconfitta. La mia gioia fu incomparabile”. Il lettore sa che in quella battaglia morì suo nipote, Provenzan Salvani, così che questa gioia è ancora più odiosa. “Mi pacificai con Dio al limite de la mia vita e ora sono qui grazie alle santeorazioni di un brav’uomo, Pier Pettinaio”. È curiosa di sapere chi la interroga: deve avere li occhi sciolti e respirare. Dante conferma di essere vivo e condotto da Virgilio. Confessa di temere, dopo morto, un lungo tormento nella cornice dei superbi mentre ha peccato poco d’invidia. Sapia chiede a Dante di essere riabilitata presso i parenti che vivono tra quella gente vana dei senesi con velleità di dominare le acque del mare e quelle sottoterra.

Testo del Canto

Noi eravamo al sommo de la scala,

dove secondamente si risega

lo monte che salendo altrui dismala.


Ivi così una cornice lega

dintorno il poggio, come la primaia;

se non che l'arco suo più tosto piega.


Ombra non lì è né segno che si paia:

parsi la ripa e parsi la via schietta

col livido color de la petraia.


«Se qui per dimandar gente s'aspetta»,

ragionava il poeta, «io temo forse

che troppo avrà d'indugio nostra eletta».


Poi fisamente al sole li occhi porse;

fece del destro lato a muover centro,

e la sinistra parte di sé torse.


«O dolce lume a cui fidanza i' entro

per lo novo cammin, tu ne conduci»,

dicea, «come condur si vuol quinc'entro.


Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;

s'altra ragione in contrario non ponta,

esser dien sempre li tuoi raggi duci».


Quanto di qua per un migliaio si conta,

tanto di là eravam noi già iti,

con poco tempo, per la voglia pronta;


e verso noi volar furon sentiti,

non però visti, spiriti parlando

a la mensa d'amor cortesi inviti.


La prima voce che passò volando

'Vinum non habent' altamente disse,

e dietro a noi l'andò reiterando.


E prima che del tutto non si udisse

per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'

passò gridando, e anco non s'affisse.


«Oh!», diss'io, «padre, che voci son queste?».

E com'io domandai, ecco la terza

dicendo: 'Amate da cui male aveste'.


E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza

la colpa de la invidia, e però sono

tratte d'amor le corde de la ferza.


Lo fren vuol esser del contrario suono;

credo che l'udirai, per mio avviso,

prima che giunghi al passo del perdono.


Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,

e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

e ciascuno è lungo la grotta assiso».


Allora più che prima li occhi apersi;

guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti

al color de la pietra non diversi.


E poi che fummo un poco più avanti,

udia gridar: 'Maria, òra per noi':

gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.


Non credo che per terra vada ancoi

omo sì duro, che non fosse punto

per compassion di quel ch'i' vidi poi;


ché, quando fui sì presso di lor giunto,

che li atti loro a me venivan certi,

per li occhi fui di grave dolor munto.


Di vil ciliccio mi parean coperti,

e l'un sofferia l'altro con la spalla,

e tutti da la ripa eran sofferti.


Così li ciechi a cui la roba falla

stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,

e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,


perché 'n altrui pietà tosto si pogna,

non pur per lo sonar de le parole,

ma per la vista che non meno agogna.


E come a li orbi non approda il sole,

così a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,

luce del ciel di sé largir non vole;


ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra

e cusce sì, come a sparvier selvaggio

si fa però che queto non dimora.


A me pareva, andando, fare oltraggio,

veggendo altrui, non essendo veduto:

per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.


Ben sapev'ei che volea dir lo muto;

e però non attese mia dimanda,

ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».


Virgilio mi venìa da quella banda

de la cornice onde cader si puote,

perché da nulla sponda s'inghirlanda;


da l'altra parte m'eran le divote

ombre, che per l'orribile costura

premevan sì, che bagnavan le gote.


Volsimi a loro e «O gente sicura»,

incominciai, «di veder l'alto lume

che 'l disio vostro solo ha in sua cura,


se tosto grazia resolva le schiume

di vostra coscienza sì che chiaro

per essa scenda de la mente il fiume,


ditemi, ché mi fia grazioso e caro,

s'anima è qui tra voi che sia latina;

e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».


«O frate mio, ciascuna è cittadina

d'una vera città; ma tu vuo' dire

che vivesse in Italia peregrina».


Questo mi parve per risposta udire

più innanzi alquanto che là dov'io stava,

ond'io mi feci ancor più là sentire.


Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava

in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',

lo mento a guisa d'orbo in sù levava.


«Spirto», diss'io, «che per salir ti dome,

se tu se' quelli che mi rispondesti,

fammiti conto o per luogo o per nome».


«Io fui sanese», rispuose, «e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lagrimando a colui che sé ne presti.


Savia non fui, avvegna che Sapìa

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.


E perché tu non creda ch'io t'inganni,

odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,

già discendendo l'arco d'i miei anni.


Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo giunti co' loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.


Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,


tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,

gridando a Dio: «Omai più non ti temo!»,

come fé 'l merlo per poca bonaccia.


Pace volli con Dio in su lo stremo

de la mia vita; e ancor non sarebbe

lo mio dover per penitenza scemo,


se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.


Ma tu chi se', che nostre condizioni

vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

sì com'io credo, e spirando ragioni?».


«Li occhi», diss'io, «mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, ché poca è l'offesa

fatta per esser con invidia vòlti.


Troppa è più la paura ond'è sospesa

l'anima mia del tormento di sotto,

che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».


Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto

qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».

E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.


E vivo sono; e però mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova

di là per te ancor li mortai piedi».


«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,

rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;

però col priego tuo talor mi giova.


E cheggioti, per quel che tu più brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.


Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

più di speranza ch'a trovar la Diana;


ma più vi perderanno li ammiragli».


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