Canto XV

E se la mia ragion non ti disfama, vedrai Beatrice, ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun'altra brama

Argomento del canto

L’angelo della misericordia – L‘invidia e l’amore a confronto – Visioni di mitezza – Un fumo scuro


Dalle tre alle sei del pomeriggio di lunedì 28 marzo (o 11 aprile).

Dalla luce all’oscuro

Il sol, che è sempre in movimento come un fanciullo che scherza, è , nel Purgatorio, a tre ore dal tramonto, mentre in Italia è mezza notte. I raggi colpiscono i due poeti sul naso, quando Dante, pieno di stupor, sente sulla fronte uno splendore più forte di prima così che leva le mani verso la cima delle ciglia per ripararsi dalla luce eccessiva. Come quando da l’acqua o da lo specchio si genera un raggio così a Dante sembra di esser percosso da un’insopportabile luce rifratta: “Ma che è, dolce padre, questo fulgore mosso inver noi che non mi è sufficiente schermar lo viso?” “Non ti meravigliar se un angelo del cielo t’abbaglia: è un messaggero che viene ad invitar a salire nel cerchio successivo. Tra breve, purificato dai peccati, ti sarà diletto vedere questa luce”. Così lo rassicura Virgilio quando raggiungono l’angel benedetto che con lieta voce indica una scala meno ripida da cui salgono lasciandosi alle spalle dei canti sacri che esaltano chi vince, con la misericordia, l’invidia.

Dante pensa che è bene, durante la salita, acquistar beneficio dalle parole del maestro. Ripensa allo spirto di Romagna appena incontrato e alla natura del suo peccato che Virgilio illustra: l’invidia nasce da disiri di cose terrene che sono limitate e che, quindi, se si dividono, diminuiscono. Ma se il desiro si dirige in alto, ai beni spirituali, più si conquistano e più si diffonde l’amore che ci fa dire “nostro” invece che “mio”. Non è un concetto facile da capire perché bisogna abbondare la logica del mondo: Dio concede il suo amore senza limiti quanto più trova ardore e l’amore, come allo specchio, si moltiplica. Virgilio non è sicuro di essere stato chiaro e annuncia che sarà Beatrice a togliere a Dante questa brama di conoscenza con un’esortazione: “Affrettati a risanare le cinque piaghe che ti sono rimaste in testa da sette che erano”. 

Arrivano al terzo girone prima che Dante riesca a esprimere la sua soddisfazione che, subito frastornato, gli pare di essere tratto in una visione d’estasi e vedere in un tempio più persone. Si ritrova nel tempio di Gerusalemme ed assiste alla scena di Maria, dolce madre di Dio, quando ritrova il suo figliuol tra i dottori e, con affettuosa mitezza, lo rimprovera per essersi allontanato e avere lasciato i genitori in pena. Scompare in fretta questa visione e ne appare un’altra: la moglie dell’antico tiranno ateniese Pisistrato è in lacrime e chiede al marito potente che venga ucciso un giovane che ha osato abbracciar sua figlia. Con saggia benevolenza il sire risponde. “Se condanniamo chi ci ama, che farem noi a chi ci vuole mal?” La terza visione è quella del martirio di santo Stefano. Ucciso con pietre da genti accese d’ira. il giovinetto tiene sempre li occhi al ciel e invoca il perdono per i suoi persecutori.

Quando Dante ritorna alla realtà, come risvegliato dal sonno, riconosce le sue visioni come errori non falsi. Virgilio gli dice che ha camminato per più che mezza lega come uno vinto dal vino o dal sonno. Dante gli vuole raccontare quello che ha visto quando le gambe sono state così impacciate, ma Virgilio già lo sa: sono visioni divine per predisporlo alla pace. 

Vanno verso i raggi lucenti della sera allungando li occhi ed ecco a poco a poco un fumo verso di loro oscuro come la notte che li priva della vista e dell’aria pura.

Testo del canto

Quanto tra l'ultimar de l'ora terza

e 'l principio del dì par de la spera

che sempre a guisa di fanciullo scherza,


tanto pareva già inver' la sera

essere al sol del suo corso rimaso;

vespero là, e qui mezza notte era.


E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,

perché per noi girato era sì 'l monte,

che già dritti andavamo inver' l'occaso,


quand'io senti' a me gravar la fronte

a lo splendore assai più che di prima,

e stupor m'eran le cose non conte;


ond'io levai le mani inver' la cima

de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,

che del soverchio visibile lima.


Come quando da l'acqua o da lo specchio

salta lo raggio a l'opposita parte,

salendo su per lo modo parecchio


a quel che scende, e tanto si diparte

dal cader de la pietra in igual tratta,

sì come mostra esperienza e arte;


così mi parve da luce rifratta

quivi dinanzi a me esser percosso;

per che a fuggir la mia vista fu ratta.


«Che è quel, dolce padre, a che non posso

schermar lo viso tanto che mi vaglia»,

diss'io, «e pare inver' noi esser mosso?».


«Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia

la famiglia del cielo», a me rispuose:

«messo è che viene ad invitar ch'om saglia.


Tosto sarà ch'a veder queste cose

non ti fia grave, ma fieti diletto

quanto natura a sentir ti dispuose».


Poi giunti fummo a l'angel benedetto,

con lieta voce disse: «Intrate quinci

ad un scaleo vie men che li altri eretto».


Noi montavam, già partiti di linci,

e ‘Beati misericordes!' fue

cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.


Lo mio maestro e io soli amendue

suso andavamo; e io pensai, andando,

prode acquistar ne le parole sue;


e dirizza'mi a lui sì dimandando:

«Che volse dir lo spirto di Romagna,

e 'divieto' e 'consorte' menzionando?».


Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna

conosce il danno; e però non s'ammiri

se ne riprende perché men si piagna.


Perché s'appuntano i vostri disiri

dove per compagnia parte si scema,

invidia move il mantaco a' sospiri.


Ma se l'amor de la spera supprema

torcesse in suso il disiderio vostro,

non vi sarebbe al petto quella tema;


ché, per quanti si dice più lì 'nostro',

tanto possiede più di ben ciascuno,

e più di caritate arde in quel chiostro».


«Io son d'esser contento più digiuno»,

diss'io, «che se mi fosse pria taciuto,

e più di dubbio ne la mente aduno.


Com'esser puote ch'un ben, distributo

in più posseditor, faccia più ricchi

di sé, che se da pochi è posseduto?».


Ed elli a me: «Però che tu rificchi

la mente pur a le cose terrene,

di vera luce tenebre dispicchi.


Quello infinito e ineffabil bene

che là sù è, così corre ad amore

com'a lucido corpo raggio vene.


Tanto si dà quanto trova d'ardore;

sì che, quantunque carità si stende,

cresce sovr'essa l'etterno valore.


E quanta gente più là sù s'intende,

più v'è da bene amare, e più vi s'ama,

e come specchio l'uno a l'altro rende.


E se la mia ragion non ti disfama,

vedrai Beatrice, ed ella pienamente

ti torrà questa e ciascun'altra brama.


Procaccia pur che tosto sieno spente,

come son già le due, le cinque piaghe,

che si richiudon per esser dolente».


Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',

vidimi giunto in su l'altro girone,

sì che tacer mi fer le luci vaghe.


Ivi mi parve in una visione

estatica di sùbito esser tratto,

e vedere in un tempio più persone;


e una donna, in su l'entrar, con atto

dolce di madre dicer: «Figliuol mio

perché hai tu così verso noi fatto?


Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

ti cercavamo». E come qui si tacque,

ciò che pareva prima, dispario.


Indi m'apparve un'altra con quell'acque

giù per le gote che 'l dolor distilla

quando di gran dispetto in altrui nacque,


e dir: «Se tu se' sire de la villa

del cui nome ne' dèi fu tanta lite,

e onde ogni scienza disfavilla,


vendica te di quelle braccia ardite

ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».

E 'l segnor mi parea, benigno e mite,


risponder lei con viso temperato:

«Che farem noi a chi mal ne disira,

se quei che ci ama è per noi condannato?»,


Poi vidi genti accese in foco d'ira

con pietre un giovinetto ancider, forte

gridando a sé pur: «Martira, martira!».


E lui vedea chinarsi, per la morte

che l'aggravava già, inver' la terra,

ma de li occhi facea sempre al ciel porte,


orando a l'alto Sire, in tanta guerra,

che perdonasse a' suoi persecutori,

con quello aspetto che pietà diserra.


Quando l'anima mia tornò di fori

a le cose che son fuor di lei vere,

io riconobbi i miei non falsi errori.


Lo duca mio, che mi potea vedere

far sì com'om che dal sonno si slega,

disse: «Che hai che non ti puoi tenere,


ma se' venuto più che mezza lega

velando li occhi e con le gambe avvolte,

a guisa di cui vino o sonno piega?».


«O dolce padre mio, se tu m'ascolte,

io ti dirò», diss'io, «ciò che m'apparve

quando le gambe mi furon sì tolte».


Ed ei: «Se tu avessi cento larve

sovra la faccia, non mi sarian chiuse

le tue cogitazion, quantunque parve.


Ciò che vedesti fu perché non scuse

d'aprir lo core a l'acque de la pace

che da l'etterno fonte son diffuse.


Non dimandai «Che hai?» per quel che face

chi guarda pur con l'occhio che non vede,

quando disanimato il corpo giace;


ma dimandai per darti forza al piede:

così frugar conviensi i pigri, lenti

ad usar lor vigilia quando riede».


Noi andavam per lo vespero, attenti

oltre quanto potean li occhi allungarsi

contra i raggi serotini e lucenti.


Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

verso di noi come la notte oscuro;

né da quello era loco da cansarsi.


Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.

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