Canto XXII

Per te poeta fui, per te cristiano: ma perché veggi mei ciò ch'io disegno, a colorare stenderò la mano.

Argomento del canto

Conversazione tra Virgilio e Stazio e salita verso il sesto girone – L’albero capovolto ed esempi di temperanza


Tra le dieci e le undici di martedì 29 marzo (o 12 aprile).

Tra mondo classico e cristiano

Superato l’angel che li ha indirizzati al sesto girone dopo aver raso dal viso di Dante un’altra P, Dante si accorge di essere più lieve nel seguire li spiriti veloci di Virgilio e di Stazio che stanno conversando. “Da quando tra noi discese nel limbo il poeta Giovenale che mi informò del tuo amore per me -gli dice Virgilio- mi prese una simpatia per te come mai accade per persona non conosciuta tanto ch’or il tempo di questa salita mi parrà troppo breve. Parlami come amico e perdonami per questa domanda impertinente: come potè trovare spazio nel tuo cotanto senno l’avarizia?”

Queste parole muovono un poco al sorriso Stazio che risponde ringraziando per l’affetto: “Più volte ci si inganna e probabilmente tu pensi ch’i’ fossi avaro in l’altra vita. Sappi ch’avarizia fu troppo lontana da me e sono stato punito per il peccato opposto, la prodigalità. Se i tuoi versi non mi avessero indotto al bene, sarei all’inferno per lo stesso peccato. Quanti prodighi risurgeran nel giorno del Giudizio senza essersi pentiti prima di morire! Sappie che qui il peccato di avarizia si sconta insieme al suo contrario”. “Quando tu cantasti di Tebe -incalza Virgilio- non par che tu avessi ancor la fede. Se così è, qual sole o quai candele ti stenebraron? Chi ti fece conoscere cioè il Cristianesimo?”. Stazio: “Tu, che mi hai condotto verso il Parnaso, cioè la poesia, e che mi hai illuminato la strada verso Dio. Con la profezia della venuta di Cristo nella tua quarta bucolica, facesti come chi va di notte e porta il lume dietro: a sé non giova, ma a chi lo segue sì. Per te poeta fui, per te cristiano. Era già diffusa nel mondo tutto la vera fede e piansi per le persecuzioni di Domizian. Prima di comporre la mia opera su Tebe, ebb’io battesmo, ma per paura non mi dichiarai cristiano e per questa tepidezza più di quattrocento anni rimasi nel quarto cerchio tra gli accidiosi.

Tu dunque, che mi hai scoperchiato la verità, dimmi, mentre saliamo, dove sono gli altri poeti latini, se son dannati e dove”. “Siamo tutti insieme a Omero e ad altri greci -risponde Virgilio- nel primo cerchio del carcere cieco dell’inferno dove ragioniam spesso di poesia”.

Tacciono già i due poeti, attenti a osservare dintorno dopo avere ormai raggiunto il sesto cerchio. Sono già passate le dieci di mattina quando Virgilio suggerisce di continuare il cammino tenendo le spalle destre verso l’orlo esterno del monte. Stazio, anima degna, lo conferma. I due poeti dinanzi, Dante soletto di retro ascolta i loro discorsi poetici interrotti bruscamente dalla visione di un albero, in mezza strada, con pomi buoni e profumati. Come l’abete si digrada in alto di ramo in ramo, quello, al contrario, ha i rami che si assottigliano in basso perché nessuno vi si arrampichi. Dall’alta roccia cade un’acqua limpida che si spande suso per le foglie risalendo sull’albero. I due poeti vi si avvicinano e sentono una voce gridare tra le fronde: “Di questo cibo sentirete la mancanza!” e a seguire gli esempi della virtù opposta al peccato che qui si punisce, la gola. Il primo esempio si ispira alla storia di Maria, al suo disinteresse per il cibo durante le nozze di Cana. Anche gli altri esempi, tratti dalla storia antica di Roma, dalla Bibbia, dalla mitologia, celebrano la temperanza. Sentono, per ultimo, l’esempio di Giovanni il Batista nel disertche si ciba di mele e locuste e per questo è glorioso e tanto grande come scrive apertamente il Vangelio.

Testo del canto

Già era l'angel dietro a noi rimaso,

l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;


e quei c'hanno a giustizia lor disiro

detto n'avea beati, e le sue voci

con 'sitiunt', sanz'altro, ciò forniro.


E io più lieve che per l'altre foci

m'andava, sì che sanz'alcun labore

seguiva in sù li spiriti veloci;


quando Virgilio incominciò: «Amore,

acceso di virtù, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;


onde da l'ora che tra noi discese

nel limbo de lo 'nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fé palese,


mia benvoglienza inverso te fu quale

più strinse mai di non vista persona,

sì ch'or mi parran corte queste scale.


Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurtà m'allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:


come poté trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?».


Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

«Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.


Veramente più volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.


La tua dimanda tuo creder m'avvera

esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,

forse per quella cerchia dov'io era.


Or sappi ch'avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.


E se non fosse ch'io drizzai mia cura,

quand'io intesi là dove tu chiame,

crucciato quasi a l'umana natura:


'Per che non reggi tu, o sacra fame

de l'oro, l'appetito de' mortali?',

voltando sentirei le giostre grame.


Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali

potean le mani a spendere, e pente'mi

così di quel come de li altri mali.


Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!


E sappie che la colpa che rimbecca

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca;


però, s'io son tra quella gente stato

che piange l'avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m'è incontrato».


«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia trestizia di Giocasta»,

disse 'l cantor de' buccolici carmi,


«per quello che Cliò teco lì tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.


Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».


Ed elli a lui: «Tu prima m'inviasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m'alluminasti.


Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,


quando dicesti: 'Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenie scende da ciel nova'.


Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,

a colorare stenderò la mano:


Già era 'l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi de l'etterno regno;


e la parola tua sopra toccata

si consonava a' nuovi predicanti;

ond'io a visitarli presi usata.


Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette,

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;


e mentre che di là per me si stette,

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.


E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi

di Tebe poetando, ebb'io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu'mi,


lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.


Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m'ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,


dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».


«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose il duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch'altri mai,


nel primo cinghio del carcere cieco:

spesse fiate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.


Euripide v'è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piùe

Greci che già di lauro ornar la fronte.


Quivi si veggion de le genti tue

Antigone, Deifile e Argia,

e Ismene sì trista come fue.


Védeisi quella che mostrò Langia;

èvvi la figlia di Tiresia, e Teti

e con le suore sue Deidamia».


Tacevansi ambedue già li poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;


e già le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo,

drizzando pur in sù l'ardente corno,


quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo».


Così l'usanza fu lì nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l'assentir di quell'anima degna.


Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch'a poetar mi davano intelletto.


Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni;


e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred'io, perché persona sù non vada.


Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,

cadea de l'alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.


Li due poeti a l'alber s'appressaro;

e una voce per entro le fronde

gridò: «Di questo cibo avrete caro».


Poi disse: «Più pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.


E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d'acqua; e Daniello

dispregiò cibo e acquistò savere.


Lo secol primo, quant'oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.


Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch'elli è glorioso e tanto grande


quanto per lo Vangelio v'è aperto».

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