Canto XXIII

ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso; poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».

Argomento del canto

I golosi - Dialogo con Forese Donati


Circa le dodici di martedì 29 marzo (o 12 aprile).


In dialogo con un amico

Dante ficca li occhi per la fronda verde come fa chi perde la sua vita dietro a li uccellin, ma Virgilio, lo più che padre, lo sprona a non perdere tempo. Si affretta allora dietro ai due poeti i cui discorsi interessanti gli alleggeriscono il cammino.

Il canto di un salmo e un pianto improvvisi gli procurano diletto e doglia: “O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?”. “Forse ombre del Purgatorio” ipotizza Virgilio e, infatti, una turba d’anime tacita e devota li sta guardando superandoli senza fermarsi. Le anime sono scheletriche, palide ne la faccia, con le orbite de li occhi oscure e cave simili a anella senza gemme tanto da disegnare sul viso una emme che, con il cerchio degli occhi, permette di leggervi la parola “omo”.

Dante si sta interrogando sulla loro magrezza e pelle squamosa, ed ecco un’ombra dal profondo de la testa volge a lui li occhi, lo guarda fiso e grida forte: “Qual grazia m’è questa?”. Dante non l’avrebbe riconosciuto se non per la voce: è il suo amico Forese: “Non badare a l’asciutta scabbia che mi scolora la pelle né al fatto che non sono in carne, ma dimmi di te e chi son quelle due anime che là ti fanno da scorta”. Parla Dante: “Ti ho pianto morto e ora piango per come ti vedo deformato. Dimmi, per Dio, che cosa vi sfoglia così: non mi far dir mentr’io mi meraviglio perché non ce la farei”. Forese risponde: “Per volontà divina ne l’acqua e ne la pianta rimasta dietro di noi viene infuso un potere per il quale sì m’assottiglio. Tutta esta gente che piangendo canta qui si rifà santa con fame e sete per aver assecondato la gola oltra misura. L’odor ch’esce dal pomo e dall’acqua ci accende un desiderio mai spento di bere e di mangiar. È un desiderio che ci cura e ci libera dal peccato e perciò è per noi non pena, ma sollazzo”. “Forese,- continua Dante- non sono ancora cinqu’anni da quando sei passato a miglior vita. Visto che ti sei pentito tardi, come mai sei già qui? Avrei creduto di trovarti nell’Antipurgatorio”. “M’ha condotto presto a ber il dolce-amaro della punizione divina la Nella mia: con il suo piangere dirotto, con le sue preghiere devote e con i suoi sospiri mi ha fatto avanzare fino qui-spiega Forese-  È tanto più cara a Dio, la vedovella mia, quanto è sola a Firenze a operare bene. O dolce fratello, che vuo’ tu ch’io dica? Ci sarà un tempo futuro tra non molto in cui sarà interdetto dal pulpito a le sfacciate donne fiorentine andare in giro con le poppe al vento. Nemmeno per le barbare o le saracine c’è stato bisogno di sanzioni religiose o civili per farle andare coperte! Ma arriverà, tra qualche anno, se non m’inganno, la vendetta dal ciel per queste svergognate! Adesso, fratello, parla tu: vedi che non solo io, ma questa gente tutta si stupisce dell’ombra che produce il tuo corpo”. Dante non può più sottarsi e, dopo aver ricordato con rimorso la comune vita con l’amico, gli spiega di esserne uscito guidato da Virgilio che l’ha condotto vivo per la profonda notte d’i veri morti dell’inferno. Da lì lo ha tratto sù, con i suoi conforti, salendo e rigirando questa montagna. Gli farà compagna fino a quando arriverà Beatrice. L’altro a cui si accompagna è quell’ombra per cui si provocò il terremoto.

Testo del canto

Mentre che li occhi per la fronda verde

ficcava io sì come far suole

chi dietro a li uccellin sua vita perde,


lo più che padre mi dicea: «Figliuole,

vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto

più utilmente compartir si vuole».


Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,

appresso i savi, che parlavan sìe,

che l'andar mi facean di nullo costo.


Ed ecco piangere e cantar s'udìe

'Labia mea, Domine' per modo

tal, che diletto e doglia parturìe.


«O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,

comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno

forse di lor dover solvendo il nodo».


Sì come i peregrin pensosi fanno,

giugnendo per cammin gente non nota,

che si volgono ad essa e non restanno,


così di retro a noi, più tosto mota,

venendo e trapassando ci ammirava

d'anime turba tacita e devota.


Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

palida ne la faccia, e tanto scema,

che da l'ossa la pelle s'informava.


Non credo che così a buccia strema

Erisittone fosse fatto secco,

per digiunar, quando più n'ebbe tema.


Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco

la gente che perdé Ierusalemme,

quando Maria nel figlio diè di becco!'


Parean l'occhiaie anella sanza gemme:

chi nel viso de li uomini legge 'omo'

ben avria quivi conosciuta l'emme.


Chi crederebbe che l'odor d'un pomo

sì governasse, generando brama,

e quel d'un'acqua, non sappiendo como?


Già era in ammirar che sì li affama,

per la cagione ancor non manifesta

di lor magrezza e di lor trista squama,


ed ecco del profondo de la testa

volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;

poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».


Mai non l'avrei riconosciuto al viso;

ma ne la voce sua mi fu palese

ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.


Questa favilla tutta mi raccese

mia conoscenza a la cangiata labbia,

e ravvisai la faccia di Forese.


«Deh, non contendere a l'asciutta scabbia

che mi scolora», pregava, «la pelle,

né a difetto di carne ch'io abbia;


ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle

due anime che là ti fanno scorta;

non rimaner che tu non mi favelle!».


«La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,

mi dà di pianger mo non minor doglia»,

rispuos'io lui, «veggendola sì torta.


Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;

non mi far dir mentr'io mi maraviglio,

ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».


Ed elli a me: «De l'etterno consiglio

cade vertù ne l'acqua e ne la pianta

rimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.


Tutta esta gente che piangendo canta

per seguitar la gola oltra misura,

in fame e 'n sete qui si rifà santa.


Di bere e di mangiar n'accende cura

l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo

che si distende su per sua verdura.


E non pur una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,


ché quella voglia a li alberi ci mena

che menò Cristo lieto a dire 'Elì',

quando ne liberò con la sua vena».


E io a lui: «Forese, da quel dì

nel qual mutasti mondo a miglior vita,

cinqu'anni non son vòlti infino a qui.


Se prima fu la possa in te finita

di peccar più, che sovvenisse l'ora

del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,


come se' tu qua sù venuto ancora?

Io ti credea trovar là giù di sotto

dove tempo per tempo si ristora».


Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto

a ber lo dolce assenzo d'i martìri

la Nella mia con suo pianger dirotto.


Con suoi prieghi devoti e con sospiri

tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,

e liberato m'ha de li altri giri.


Tanto è a Dio più cara e più diletta

la vedovella mia, che molto amai,

quanto in bene operare è più soletta;


ché la Barbagia di Sardigna assai

ne le femmine sue più è pudica

che la Barbagia dov'io la lasciai.


O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?

Tempo futuro m'è già nel cospetto,

cui non sarà quest'ora molto antica,


nel qual sarà in pergamo interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l'andar mostrando con le poppe il petto.


Quai barbare fuor mai, quai saracine,

cui bisognasse, per farle ir coperte,

o spiritali o altre discipline?


Ma se le svergognate fosser certe

di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,

già per urlare avrian le bocche aperte;


ché se l'antiveder qui non m'inganna,

prima fien triste che le guance impeli

colui che mo si consola con nanna.


Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!

vedi che non pur io, ma questa gente

tutta rimira là dove 'l sol veli».


Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente

qual fosti meco, e qual io teco fui,

ancor fia grave il memorar presente.


Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda

vi si mostrò la suora di colui»,


e 'l sol mostrai; «costui per la profonda

notte menato m'ha d'i veri morti

con questa vera carne che 'l seconda.


Indi m'han tratto sù li suoi conforti,

salendo e rigirando la montagna

che drizza voi che 'l mondo fece torti.


Tanto dice di farmi sua compagna,

che io sarò là dove fia Beatrice;

quivi convien che sanza lui rimagna.


Virgilio è questi che così mi dice»,

e addita'lo; «e quest'altro è quell'ombra

per cui scosse dianzi ogne pendice


lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

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