Canto XXIV

E io a lui: «I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando».

Argomento del canto

Ancora con Forese: la sorte di Piccarda e altre anime – Bonagiunta, la profezia su Gentucca e il dolce stil novo – Forese e un’altra profezia, su Firenze – Il secondo albero – Un angelo


Fra le dodici e le quattordici di martedì 29 marzo (o 12 aprile).

Due profezie

Dante e Forese parlano tra loro senza rallentare, anzi vanno forte come nave spinta da buon vento e l’ombre attorno, accortesi che Dante è vivo, esprimono, per le fosse de li occhi, la loro ammirazione. Il discorso tra i due continua con una considerazione su Stazio che, per accompagnarsi loro, non si affretta a raggiungere la beatitudine e con due domande di Dante che vuole sapere del destino ultraterreno della sorella di Forese, Piccarda, e se tra quella gente che lo fissa ci sia qualcuno da notare. La sorella, che tra bella e buona non si sa che cosa fosse di più, triunfa lieta in Paradiso, nell’alto Olimpo e lì non si vieta di nominar gli spiriti, resi irriconoscibili dalla divina dieta: il primo che Forese mostra col dito è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca, un poeta della seconda metà del Duecento, il secondo, della stessa epoca, è un papa, Martino IV, tanto goloso da annegare l’anguille di Bolsena nella vernaccia. Ne nomina molti altri ad uno ad uno, tutti contenti di essere ricordati. Quello che più pare avere conoscenza di Dante è quel da Lucca e per questo Dante si concentra su di lui che mormora un non so che “Gentucca”. Spiega subito chi sia questa Gentucca, una femmina, ancora non maritata, che farà piacere a Dante la città di Lucca. Questa profezia gli sarà confermata dalla realtà. Ma ha di fronte colui che con la canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore inaugurò la nova poesia? Dante risponde: “I’ son un che, quando Amore mi ispira, annoto e scrivo a quel modo che lui ditta dentro”. Bonagiunta incalza: “O fratello, ora capisco qual sia il nodo che ritenne me ed altri di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo: le vostre penne scrivono quello che ditta Amore”. Quasi contentato, tace.

In fila, tutti i golosi affrettano il passo, leggeri per la magrezza e la volontà di purificarsi. Forese, come stanco di trottare, lascia andar la santa greggia delle anime e si accompagna a Dante dicendo: “Quando ti rivedrò?” “Non so quant’io vivrò -risponde Dante- ma voglio presto lasciare il luogo dove vivo che di giorno in giorno più si spolpa del bene”.  “È vero, - conferma Forese- ma vedo quello che n‘ha più colpa essere trascinato nell’inferno alla coda d’una bestia che va ad ogni passo più veloce e lascia il suo corpo vilmente disfatto. Non passerà molto che ti sarà tutto chiaro. Il tempo è caro in questo regno e ne perdo troppo venendo con te: ora ti saluto”. Forese se va come un cavaliere che esce al gualoppo dalla schiera dei compagni per farsi onore quando, mentre Dante è ancora pensieroso sul senso delle ultime parole dell’amico, appaiono i rami carichi di frutta d’un altro albero. Anime sott’esso alzano le mani e gridano qualcosa di incomprensibile verso le fronde quasi bambini che pregano inutilmente di ottenere quello che si tiene in alto per fare più acuta la loro voglia. Disingannate, le anime si allontanano.

I tre poeti si accostano al grande arbore, nato da quello del Paradiso terrestre il cui frutto fu morso da Eva. Sentono delle voci tra le frasche che raccontano esempi di gola punita.

La strada, dopo mille passi, adesso è deserta e nessuno parla quando si alza una voce all’improvviso: “Che andate pensando voi tre soli?”. È un angelo luminosissimo che indica loro dove salire.  Abbaglia Dante che sente, come l’aura profumata di maggio, un vento in mezzo alla fronte e queste parole: “Beati quelli che hanno sempre fame della giustizia”.

Testo del canto

Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento

facea, ma ragionando andavam forte,

sì come nave pinta da buon vento;


e l'ombre, che parean cose rimorte,

per le fosse de li occhi ammirazione

traean di me, di mio vivere accorte.


E io, continuando al mio sermone,

dissi: «Ella sen va sù forse più tarda

che non farebbe, per altrui cagione.


Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;

dimmi s'io veggio da notar persona

tra questa gente che sì mi riguarda».


«La mia sorella, che tra bella e buona

non so qual fosse più, triunfa lieta

ne l'alto Olimpo già di sua corona».


Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta

di nominar ciascun, da ch'è sì munta

nostra sembianza via per la dieta.


Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,

Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

di là da lui più che l'altre trapunta


ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

dal Torso fu, e purga per digiuno

l'anguille di Bolsena e la vernaccia».


Molti altri mi nomò ad uno ad uno;

e del nomar parean tutti contenti,

sì ch'io però non vidi un atto bruno.


Vidi per fame a vòto usar li denti

Ubaldin da la Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti.


Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio

già di bere a Forlì con men secchezza,

e sì fu tal, che non si sentì sazio.


Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza

più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me aver contezza.


El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv'io là, ov'el sentia la piaga

de la giustizia che sì li pilucca.


«O anima», diss'io, «che par sì vaga

di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,

e te e me col tuo parlare appaga».


«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,

cominciò el, «che ti farà piacere

la mia città, come ch'om la riprenda.


Tu te n'andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.


Ma dì s'i' veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

'Donne ch'avete intelletto d'amore».


E io a lui: «I' mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch'e' ditta dentro vo significando».


«O frate, issa vegg'io», diss'elli, «il nodo

che 'l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!


Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;


e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l'uno a l'altro stilo»;

e, quasi contentato, si tacette.


Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera,

poi volan più a fretta e vanno in filo,


così tutta la gente che lì era,

volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,

e per magrezza e per voler leggera.


E come l'uom che di trottare è lasso,

lascia andar li compagni, e sì passeggia

fin che si sfoghi l'affollar del casso,


sì lasciò trapassar la santa greggia

Forese, e dietro meco sen veniva,

dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?».


«Non so», rispuos'io lui, «quant'io mi viva;

ma già non fia il tornar mio tantosto,

ch'io non sia col voler prima a la riva;


però che 'l loco u' fui a viver posto,

di giorno in giorno più di ben si spolpa,

e a trista ruina par disposto».


«Or va», diss'el; «che quei che più n'ha colpa,

vegg'io a coda d'una bestia tratto

inver' la valle ove mai non si scolpa.


La bestia ad ogne passo va più ratto,

crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,

e lascia il corpo vilmente disfatto.


Non hanno molto a volger quelle ruote»,

e drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaro

ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.


Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro

in questo regno, sì ch'io perdo troppo

venendo teco sì a paro a paro».


Qual esce alcuna volta di gualoppo

lo cavalier di schiera che cavalchi,

e va per farsi onor del primo intoppo,


tal si partì da noi con maggior valchi;

e io rimasi in via con esso i due

che fuor del mondo sì gran marescalchi.


E quando innanzi a noi intrato fue,

che li occhi miei si fero a lui seguaci,

come la mente a le parole sue,


parvermi i rami gravidi e vivaci

d'un altro pomo, e non molto lontani

per esser pur allora vòlto in laci.


Vidi gente sott'esso alzar le mani

e gridar non so che verso le fronde,

quasi bramosi fantolini e vani,


che pregano, e 'l pregato non risponde,

ma, per fare esser ben la voglia acuta,

tien alto lor disio e nol nasconde.


Poi si partì sì come ricreduta;

e noi venimmo al grande arbore adesso,

che tanti prieghi e lagrime rifiuta.


«Trapassate oltre sanza farvi presso:

legno è più sù che fu morso da Eva,

e questa pianta si levò da esso»


Sì tra le frasche non so chi diceva;

per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,

oltre andavam dal lato che si leva.


«Ricordivi», dicea, «d'i maladetti

nei nuvoli formati, che, satolli,

Teseo combatter co' doppi petti;


e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,

per che no i volle Gedeon compagni,

quando inver' Madian discese i colli».


Sì accostati a l'un d'i due vivagni

passammo, udendo colpe de la gola

seguite già da miseri guadagni.


Poi, rallargati per la strada sola,

ben mille passi e più ci portar oltre,

contemplando ciascun sanza parola.


«Che andate pensando sì voi sol tre?».

sùbita voce disse; ond'io mi scossi

come fan bestie spaventate e poltre.


Drizzai la testa per veder chi fossi;

e già mai non si videro in fornace

vetri o metalli sì lucenti e rossi,


com'io vidi un che dicea: «S'a voi piace

montare in sù, qui si convien dar volta;

quinci si va chi vuole andar per pace».


L'aspetto suo m'avea la vista tolta;

per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,

com'om che va secondo ch'elli ascolta.


E quale, annunziatrice de li albori,

l'aura di maggio movesi e olezza,

tutta impregnata da l'erba e da' fiori;


tal mi senti' un vento dar per mezza

la fronte, e ben senti' mover la piuma,

che fé sentir d'ambrosia l'orezza.


E senti' dir: «Beati cui alluma

tanto di grazia, che l'amor del gusto

nel petto lor troppo disir non fuma,


esuriendo sempre quanto è giusto!».

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