Canto XXVI

E io a lui: «Li dolci detti vostri, che, quanto durerà l'uso moderno, faranno cari ancora i loro incostri».

Argomento del canto

L’ombra di Dante sulla fiamma: stupore delle anime – Due schiere di lussuriosi: omosessuali ed eterosessuali – Guido Guinizzelli – Arnaldo Daniello


Dopo le sedici di martedì 29 marzo (o 12 aprile).

Poeti d’amore, peccatori di lussuria

È il tardo pomeriggio e i tre poeti camminano vicino all’orlo, uno innanzi all’altro con Virgilio, il buon maestro, che sprona Dante a fare attenzione. La sua ombra rende la fiamma in apparenza più rovente: è un indizio di un corpo non fittizio che notano molte ombre così che una di esse, con riguardo di non uscir dal fuoco, si rivolge con gentilezza a Dante, ultimo della fila forse perché reverente. Che strano! Quello non sembra sia intrato ne la rete di morte. Dante chiarirebbe subito se non fosse distratto da una novità: l’arrivo nel fuoco di una schiera di anime che, senza restare, baciano contente queste altre che vanno loro incontro. Non appena si conclude la brieve festa, prima di allontanarsi dall’accoglienza amica, la nova schiera grida: “Soddoma e Gomorra” e quest’altra ricorda il peccato della lussuriosa Pasífe narrato dalla mitologia. Poi si dividono e ognuna delle due schiere torna a cantare i suoi salmi.

Le prime anime si raccostano a Dante desiderose di ascoltarlo. Lui è qui con le sue membra e va sù per non essere più cieco grazie a una donna che gli ha concesso questa grazia. Ha bisogno di sapere -perché possa scriverne nel suo poema- chi sono loro e quel gruppo che se ne è appena andato. Rimangono meravigliate queste anime, ma, come avviene per i saggi, si riprendono in fretta dallo stupore. Parla l’anima che prima lo ha interrogato: “Beato te che fai questa esperienza per morir meglio! Quelli che se ne sono appena andati hanno peccato come Giulio Cesare di omosessualità e per questo gridano “Soddoma” rimproverandosi. Noi abbiamo seguito come bestie l’appetito eterosessuale e per questo gridiamo il nome di Pasife. Non c’è tempo per dirti il nome di tutti noi che nemmeno so. Posso però dirti che son Guido Guinizzelli e che mi sono pentito prima che in extremis”. Davvero lui, il padre, modello letterario di Dante e degli altri suoi amici, autori di rime d’amor dolci e leggiadre? Dante si pasce a guardarlo e poi gli giura di mettersi al suo servigio. Guinizzelli è rimasto colpito da come Dante lo abbia caro e se ne chiede la cagione. “Li dolci vostri detti -spiega Dante- che faranno preziosi i manoscritti che li contengono finché durerà la poesia in volgare”. Guinizzelli mostra ora col dito un spirto innanzi a lui che superò tutti in versi d’amore e prose di romanzi: è Arnaldo Daniello, un poeta provenzale della seconda metà del XII sec. Guinizzelli chiede a Dante un paternostro per lui di fronte a Cristo quando arriverà in paradiso e dispare per lo foco come per l’acqua il pesce andando al fondo, forse per dar voce a chi gli sta vicino: è proprio Arnaut, Arnaldo, che liberamente si presenta, parlando in provenzale, pentito della sua folle passione. Chiede di essere ricordato e poi si nasconde nel foco che li purifica.

Testo del canto

Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,

ce n'andavamo, e spesso il buon maestro

diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;


feriami il sole in su l'omero destro,

che già, raggiando, tutto l'occidente

mutava in bianco aspetto di cilestro;


e io facea con l'ombra più rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

vidi molt'ombre, andando, poner mente.


Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

a dir: «Colui non par corpo fittizio»;


poi verso me, quanto potean farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

di non uscir dove non fosser arsi.


«O tu che vai, non per esser più tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.


Né solo a me la tua risposta è uopo;

ché tutti questi n'hanno maggior sete

che d'acqua fredda Indo o Etiopo.


Dinne com'è che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete».


Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora

già manifesto, s'io non fossi atteso

ad altra novità ch'apparve allora;


ché per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

la qual mi fece a rimirar sospeso.


Lì veggio d'ogne parte farsi presta

ciascun'ombra e basciarsi una con una

sanza restar, contente a brieve festa;


così per entro loro schiera bruna

s'ammusa l'una con l'altra formica,

forse a spiar lor via e lor fortuna.


Tosto che parton l'accoglienza amica,

prima che 'l primo passo lì trascorra,

sopragridar ciascuna s'affatica:


la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;

e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,

perché 'l torello a sua lussuria corra».


Poi, come grue ch'a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver' l'arene,

queste del gel, quelle del sole schife,


l'una gente sen va, l'altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a' primi canti

e al gridar che più lor si convene;


e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m'avean pregato,

attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.


Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: «O anime sicure

d'aver, quando che sia, di pace stato,


non son rimase acerbe né mature

le membra mie di là, ma son qui meco

col sangue suo e con le sue giunture.


Quinci sù vo per non esser più cieco;

donna è di sopra che m'acquista grazia,

per che 'l mortal per vostro mondo reco.


Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi

ch'è pien d'amore e più ampio si spazia,


ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi è quella turba

che se ne va di retro a' vostri terghi».


Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s'inurba,


che ciascun'ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,


«Beato te, che de le nostre marche»,

ricominciò colei che pria m'inchiese,

«per morir meglio, esperienza imbarche!


La gente che non vien con noi, offese

di ciò per che già Cesar, triunfando,

«Regina» contra sé chiamar s'intese:


però si parton 'Soddoma' gridando,

rimproverando a sé, com'hai udito,

e aiutan l'arsura vergognando.


Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

seguendo come bestie l'appetito,


in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.


Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo' saper chi semo,

tempo non è di dire, e non saprei.


Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli; e già mi purgo

per ben dolermi prima ch'a lo stremo».


Quali ne la tristizia di Ligurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,


quand'io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d'amore usar dolci e leggiadre;


e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fiata rimirando lui,

né, per lo foco, in là più m'appressai.


Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m'offersi pronto al suo servigio

con l'affermar che fa credere altrui.


Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,

per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,

che Leté nol può tòrre né far bigio.


Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

nel dire e nel guardar d'avermi caro».


E io a lui: «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l'uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».


«O frate», disse, «questi ch'io ti cerno

col dito», e additò un spirto innanzi,

«fu miglior fabbro del parlar materno.


Versi d'amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosì credon ch'avanzi.


A voce più ch'al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinione

prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.


Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l'ha vinto il ver con più persone.


Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l'andare al chiostro

nel quale è Cristo abate del collegio,


falli per me un dir d'un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non è più nostro».


Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l'acqua il pesce andando al fondo.


Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch'al suo nome il mio disire

apparecchiava grazioso loco.


El cominciò liberamente a dire:

«Tan m'abellis vostre cortes deman,

qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.


Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu'esper, denan.


Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l'escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».


Poi s'ascose nel foco che li affina.


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