Canto XXXI

La bella donna ne le braccia aprissi; abbracciommi la testa e mi sommerse ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.

Argomento del canto

Accusa di Beatrice e confessione di Dante – Pentimento e svenimento – Immersione nel Lete – Occhi e bocca di Beatrice


Mattino del 30 marzo (o 13 aprile)

La salvezza viene dalle donne

Beatrice, che ha già ferito Dante con la spada delle sue parole rivolte agli angeli, lo attacca adesso di punta: “O tu che se’ al di là del fiume sacro, di’, di’ se questo è vero: confessa!”. Dante è tanto confuso che la voce gli si spegne in gola. Lei pazienta poco: “Che pense? L’acqua del Lete non ha ancor cancellato le memorie dei tuoi peccati!”. Confusione e paura insieme lo inducono a un sì che si può intender solo vedendo il movimento de la bocca. Poi scoppia in lagrime e sospiri. La voce gli esce flebile. È Beatrice a riprendere la parola: “Quali ostacoli ti allontanarono dai miei disiri che ti conducevano ad amar lo bene? Quali seduzioni?”. Dopo un sospiro amaro, a fatica Dante riesce a rispondere piangendo: “Le presenti cose col falso lor piacer indirizzarono i miei passi dopo che con la morte a me si nascose ‘l vostro viso”. Beatrice è soddisfatta di questa ammissione di colpa che alleggerisce la pena. Tuttavia, perché permanga la vergogna e Dante possa essere più forte al richiamo delle serene, non pianga e ascolti: “Mai natura o arte ti consentirono sommo piacere quanto le mie belle membra: qual cosa mortale ha potuto poi attrarti? Avresti dovuto sollevarti suso di retro a me e non seguir o ragazza o altra vanità”.

Qual’i fanciulli, vergognando, stanno muti con li occhi a terra pentuti, tal sta Dante, incalzato da Beatrice: lei vuole che la guardi e alzi la testa, da adulto! Velenosa è questa richiesta e Dante resiste non sollevando subito il mento al suo comando. Ora vede gli angeli, che non spargono più i fiori, e Beatrice, rivolta verso il grifone che rappresenta Cristo, una persona in due nature, umana e divina. A Dante Beatrice, pur sotto ‘il suo velo e oltre il fiume, pare più bella di quella che è stata in terra, più di quanto lo fosse rispetto alle altre donne fiorentine. Lo punge il pentèr come ortica tanto da odiare ciò che più lo torse nel suo amor. Sviene vinto da tanta consapevolezza.

Quando Dante si riprende, vede sopra di lui la donna che ha trovata sola nell’Eden che lo invita a seguirla. Lo conduce nel fiume infin la gola e tirandoselo dietro va lieve sopra l’acqua. Quando arriva presso la beata riva dell’altra sponda, Dante sente un salmo, che invoca la purificazione, sì dolcemente che non sa ricordare, né scrivere! La bella donna apre le braccia, gli abbraccia la testa e lo sommerge fino a fargli inghiottire l’acqua per poi offrilo bagnato alla danza de le quattro belle donne della processione. Si presentano come stelle nel cielo, ancelle di Beatrice, virtù terrene, che condurranno Dante a lei e alle tre altre donne più in là che hanno lo sguardo più profondo -rappresentano le virtù teologali-. Arrivano con Dante al petto del grifon ove sta Beatrice e lo esortano a non risparmiarsi di guardare gli smeraldi degli occhi che lo hanno fatto innamorare. Li occhi di Dante, per mille disiri più che fiamma caldi, si stringono a li occhi rilucenti di Beatrice che continua a tenerli saldi sopra ’l grifone. La doppia fieravi raggia dentro la sua doppia natura: pensi il lettor, come Dante si meravigli a vedere il grifone immobile quando muta la sua immagine riflessa. Mentre, piena di stupore e lieta, l’anima di Dante gusta quel cibo che mai non sazia, le tre donne si fanno avanti danzando e cantando: “Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi al tuo fedele che, per vederti, ha mosso tanti passi! Mostra a lui la bocca tua sì che possa riconoscere la seconda bellezza che nascondi”. Quale poeta non parrebbe inadeguato, Beatrice, a rendere la tua bellezza quando ti sei tolta il velo?

Testo del canto

«O tu che se' di là dal fiume sacro»,

volgendo suo parlare a me per punta,

che pur per taglio m'era paruto acro,


ricominciò, seguendo sanza cunta,

«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa

tua confession conviene esser congiunta».


Era la mia virtù tanto confusa,

che la voce si mosse, e pria si spense

che da li organi suoi fosse dischiusa.


Poco sofferse; poi disse: «Che pense?

Rispondi a me; ché le memorie triste

in te non sono ancor da l'acqua offense».


Confusione e paura insieme miste

mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,

al quale intender fuor mestier le viste.


Come balestro frange, quando scocca

da troppa tesa la sua corda e l'arco,

e con men foga l'asta il segno tocca,


sì scoppia' io sottesso grave carco,

fuori sgorgando lagrime e sospiri,

e la voce allentò per lo suo varco.


Ond'ella a me: «Per entro i mie' disiri,

che ti menavano ad amar lo bene

di là dal qual non è a che s'aspiri,


quai fossi attraversati o quai catene

trovasti, per che del passare innanzi

dovessiti così spogliar la spene?


E quali agevolezze o quali avanzi

ne la fronte de li altri si mostraro,

per che dovessi lor passeggiare anzi?».


Dopo la tratta d'un sospiro amaro,

a pena ebbi la voce che rispuose,

e le labbra a fatica la formaro.


Piangendo dissi: «Le presenti cose

col falso lor piacer volser miei passi,

tosto che 'l vostro viso si nascose».


Ed ella: «Se tacessi o se negassi

ciò che confessi, non fora men nota

la colpa tua: da tal giudice sassi!


Ma quando scoppia de la propria gota

l'accusa del peccato, in nostra corte

rivolge sé contra 'l taglio la rota.


Tuttavia, perché mo vergogna porte

del tuo errore, e perché altra volta,

udendo le serene, sie più forte,


pon giù il seme del piangere e ascolta:

sì udirai come in contraria parte

mover dovieti mia carne sepolta.


Mai non t'appresentò natura o arte

piacer, quanto le belle membra in ch'io

rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;


e se 'l sommo piacer sì ti fallio

per la mia morte, qual cosa mortale

dovea poi trarre te nel suo disio?


Ben ti dovevi, per lo primo strale

de le cose fallaci, levar suso

di retro a me che non era più tale.


Non ti dovea gravar le penne in giuso,

ad aspettar più colpo, o pargoletta

o altra vanità con sì breve uso.


Novo augelletto due o tre aspetta;

ma dinanzi da li occhi d'i pennuti

rete si spiega indarno o si saetta».


Quali fanciulli, vergognando, muti

con li occhi a terra stannosi, ascoltando

e sé riconoscendo e ripentuti,


tal mi stav'io; ed ella disse: «Quando

per udir se' dolente, alza la barba,

e prenderai più doglia riguardando».


Con men di resistenza si dibarba

robusto cerro, o vero al nostral vento

o vero a quel de la terra di Iarba,


ch'io non levai al suo comando il mento;

e quando per la barba il viso chiese,

ben conobbi il velen de l'argomento.


E come la mia faccia si distese,

posarsi quelle prime creature

da loro aspersion l'occhio comprese;


e le mie luci, ancor poco sicure,

vider Beatrice volta in su la fiera

ch'è sola una persona in due nature.


Sotto 'l suo velo e oltre la rivera

vincer pariemi più sé stessa antica,

vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.


Di penter sì mi punse ivi l'ortica

che di tutte altre cose qual mi torse

più nel suo amor, più mi si fé nemica.


Tanta riconoscenza il cor mi morse,

ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,

salsi colei che la cagion mi porse.


Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,

la donna ch'io avea trovata sola

sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».


Tratto m'avea nel fiume infin la gola,

e tirandosi me dietro sen giva

sovresso l'acqua lieve come scola.


Quando fui presso a la beata riva,

'Asperges me' sì dolcemente udissi,

che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.


La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.


Indi mi tolse, e bagnato m'offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.


«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:

pria che Beatrice discendesse al mondo,

fummo ordinate a lei per sue ancelle.


Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi

le tre di là, che miran più profondo».


Così cantando cominciaro; e poi

al petto del grifon seco menarmi,

ove Beatrice stava volta a noi.


Disser: «Fa che le viste non risparmi;

posto t'avem dinanzi a li smeraldi

ond'Amor già ti trasse le sue armi».


Mille disiri più che fiamma caldi

strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,

che pur sopra 'l grifone stavan saldi.


Come in lo specchio il sol, non altrimenti

la doppia fiera dentro vi raggiava,

or con altri, or con altri reggimenti.


Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,

quando vedea la cosa in sé star queta,

e ne l'idolo suo si trasmutava.


Mentre che piena di stupore e lieta

l'anima mia gustava di quel cibo

che, saziando di sé, di sé asseta,


sé dimostrando di più alto tribo

ne li atti, l'altre tre si fero avanti,

danzando al loro angelico caribo.


«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,

era la sua canzone, «al tuo fedele

che, per vederti, ha mossi passi tanti!


Per grazia fa noi grazia che disvele

a lui la bocca tua, sì che discerna

la seconda bellezza che tu cele».


O isplendor di viva luce etterna,

chi palido si fece sotto l'ombra

sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,


che non paresse aver la mente ingombra,

tentando a render te qual tu paresti

là dove armonizzando il ciel t'adombra,


quando ne l'aere aperto ti solvesti?

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Sofia Beretta

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