Canto XXXII

Però, in pro del mondo che mal vive, al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, ritornato di là, fa che tu scrive.

Argomento del canto

La processione all’albero di Adamo – Sonno e risveglio di Dante – Beatrice affida a Dante un compito – Vicenda allegorica del carro – La puttana e il gigante


Dalle dieci alle undici del 30 marzo (o 13 aprile)

Il carro allegorico

Li occhi di Dante sono fissi e attenti a disbramarsi la sete di Beatrice che è durata dieci anni: il suo santo sorriso lo attrae a sé con l’antica rete quando le tre donne-dee lo richiamano: “Sei troppo concentrato su di lei!”. In effetti ne è rimasto accecato. Recuperata la vista, vede che la processione si muove con il sole di fronte e in prima posizione i candelabri seguiti dalla milizia del celeste regno, i ventiquattro anziani. Il carro cambia direzione con ‘l grifon che, senza perdere nulla penna, sposta il benedetto carco.

La bella donna che ha fatto varcare il fiume a Dante e a Stazio li conduce accanto al carro a passi di danza seguendo un’angelica nota in quell’alta selva dell’Eden che, per colpa di Eva, è rimasta vota. Beatrice scende ora dal carro. Tutti mormorano “Adamo” e circondano una pianta spoglia di foglie e d’altra fronda tanto alta che sarebbe motivo di stupore anche per gli Indiani. Dintorno a questo albero robusto gli altri personaggi della processione gridano una lode al grifone. L’animal dalla doppia natura lega all’albero il timone del carro e, come succede alle nostre piante a primavera, subito l’albero si rinnova con fiori di un colore rosso. Quella gente intona un inno che qui in terra non si canta e Dante cade addormentato senza poter raccontare come -lo potrebbe disegnare, però. Racconta come si sveglia. Un splendor gli squarcia ‘l velo del sonno e lo chiama: “Alzati: che fai?”. È sovra di lui la bella donna pia. Tutto in dubbio le chiede: “Ov’è Beatrice?” E lei: “Vedi lei sotto la fronda nova sedere in su la sua radice: è in compagnia delle sette donne mentre li altri sen vanno in cielo seguendo il grifon con dolce e profonda canzon”. Forse la donna dice altro, ma Dante è già tutto assorbito dalla vista di Beatrice che siede sola come guardia del carro e gli parla: “Qui starai poco tempo. Poi sarai meco senza fine cittadino del paradiso. In pro del mondo che mal vive tieni li occhi al carro e, ritornato in terra, scrivi quel che vedi”.  Dante divoto a Beatrice rivolge la mente e li occhi dove lei vuole.

Vede calar un’aquila per l’alber giù più veloce di qualsiasi folgore rompendo la corteccia, i fiori, le foglie e ‘l carro che sembra una nave vinta da l’onda. Poi vede avventarsi nel fondo del carro triunfal una volpe magrissima che Beatrice accusa di laide colpe e mette in fuga. Poi vede la stessa aguglia di prima scendere giù dentro il carro e lasciarvi delle piume mentre una voce del ciel si rammarica: “O navicella mia, che sventura!”. Poi a Dante pare che la terra s’apra tr’ambo le ruote e vede uscirne un drago che conficca la coda sú per lo carro, ne spezza il fondo e se ne va come una vespa dopo aver ritratto il pungiglione. La parte rimasta del carro è subitamente coperta da la piuma offerta forse con intenzion sana e benigna. Trasformato così, il carro santo mette fuori tre teste cornute come bue sul timone e quattro con un sol corno per fronte su ogni lato: è un mostro mai visto!


Sicura, siede sovr’esso una puttana sciolta, con le ciglia intorno pronte e, come a vigilarla, al suo fianco c’è dritto un gigante. Si baciano, ma poiché lei rivolge l’occhio cupido a Dante, quel feroce suo amante la flagella dal capo ai piedi e, pieno di sospetto e crudele d’ira, slega il mostro e lo trae per la selva così che scompaiono.

Testo del canto

Tant'eran li occhi miei fissi e attenti

a disbramarsi la decenne sete,

che li altri sensi m'eran tutti spenti.


Ed essi quinci e quindi avien parete

di non caler - così lo santo riso

a sé traéli con l'antica rete! -;


quando per forza mi fu vòlto il viso

ver' la sinistra mia da quelle dee,

perch'io udi' da loro un «Troppo fiso!»;


e la disposizion ch'a veder èe

ne li occhi pur testé dal sol percossi,

sanza la vista alquanto esser mi fée.


Ma poi ch'al poco il viso riformossi

(e dico 'al poco' per rispetto al molto

sensibile onde a forza mi rimossi),


vidi 'n sul braccio destro esser rivolto

lo glorioso essercito, e tornarsi

col sole e con le sette fiamme al volto.


Come sotto li scudi per salvarsi

volgesi schiera, e sé gira col segno,

prima che possa tutta in sé mutarsi;


quella milizia del celeste regno

che procedeva, tutta trapassonne

pria che piegasse il carro il primo legno.


Indi a le rote si tornar le donne,

e 'l grifon mosse il benedetto carco

sì, che però nulla penna crollonne.


La bella donna che mi trasse al varco

e Stazio e io seguitavam la rota

che fé l'orbita sua con minore arco.


Sì passeggiando l'alta selva vòta,

colpa di quella ch'al serpente crese,

temprava i passi un'angelica nota.


Forse in tre voli tanto spazio prese

disfrenata saetta, quanto eramo

rimossi, quando Beatrice scese.


Io senti' mormorare a tutti «Adamo»;

poi cerchiaro una pianta dispogliata

di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.


La coma sua, che tanto si dilata

più quanto più è sù, fora da l'Indi

ne' boschi lor per altezza ammirata.


«Beato se', grifon, che non discindi

col becco d'esto legno dolce al gusto,

poscia che mal si torce il ventre quindi».


Così dintorno a l'albero robusto

gridaron li altri; e l'animal binato:

«Sì si conserva il seme d'ogne giusto».


E vòlto al temo ch'elli avea tirato,

trasselo al piè de la vedova frasca,

e quel di lei a lei lasciò legato.


Come le nostre piante, quando casca

giù la gran luce mischiata con quella

che raggia dietro a la celeste lasca,


turgide fansi, e poi si rinovella

di suo color ciascuna, pria che 'l sole

giunga li suoi corsier sotto altra stella;


men che di rose e più che di viole

colore aprendo, s'innovò la pianta,

che prima avea le ramora sì sole.


Io non lo 'ntesi, né qui non si canta

l'inno che quella gente allor cantaro,

né la nota soffersi tutta quanta.


S'io potessi ritrar come assonnaro

li occhi spietati udendo di Siringa,

li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;


come pintor che con essempro pinga,

disegnerei com'io m'addormentai;

ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.


Però trascorro a quando mi svegliai,

e dico ch'un splendor mi squarciò 'l velo

del sonno e un chiamar: «Surgi: che fai?».


Quali a veder de' fioretti del melo

che del suo pome li angeli fa ghiotti

e perpetue nozze fa nel cielo,


Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

e vinti, ritornaro a la parola

da la qual furon maggior sonni rotti,


e videro scemata loro scuola

così di Moisè come d'Elia,

e al maestro suo cangiata stola;


tal torna' io, e vidi quella pia

sovra me starsi che conducitrice

fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.


E tutto in dubbio dissi: «Ov'è Beatrice?».

Ond'ella: «Vedi lei sotto la fronda

nova sedere in su la sua radice.


Vedi la compagnia che la circonda:

li altri dopo 'l grifon sen vanno suso

con più dolce canzone e più profonda».


E se più fu lo suo parlar diffuso,

non so, però che già ne li occhi m'era

quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.


Sola sedeasi in su la terra vera,

come guardia lasciata lì del plaustro

che legar vidi a la biforme fera.


In cerchio le facean di sé claustro

le sette ninfe, con quei lumi in mano

che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.


«Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco sanza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.


Però, in pro del mondo che mal vive,

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

ritornato di là, fa che tu scrive».


Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi

d'i suoi comandamenti era divoto,

la mente e li occhi ov'ella volle diedi.


Non scese mai con sì veloce moto

foco di spessa nube, quando piove

da quel confine che più va remoto,


com'io vidi calar l'uccel di Giove

per l'alber giù, rompendo de la scorza,

non che d'i fiori e de le foglie nove;


e ferì 'l carro di tutta sua forza;

ond'el piegò come nave in fortuna,

vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.


Poscia vidi avventarsi ne la cuna

del triunfal veiculo una volpe

che d'ogne pasto buon parea digiuna;


ma, riprendendo lei di laide colpe,

la donna mia la volse in tanta futa

quanto sofferser l'ossa sanza polpe.


Poscia per indi ond'era pria venuta,

l'aguglia vidi scender giù ne l'arca

del carro e lasciar lei di sé pennuta;


e qual esce di cuor che si rammarca,

tal voce uscì del cielo e cotal disse:

«O navicella mia, com'mal se' carca!».


Poi parve a me che la terra s'aprisse

tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

che per lo carro sù la coda fisse;


e come vespa che ritragge l'ago,

a sé traendo la coda maligna,

trasse del fondo, e gissen vago vago.


Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, da la piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,


si ricoperse, e funne ricoperta

e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto

che più tiene un sospir la bocca aperta.


Trasformato così 'l dificio santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.


Le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue.


Sicura, quasi rocca in alto monte,

seder sovresso una puttana sciolta

m'apparve con le ciglia intorno pronte;


e come perché non li fosse tolta,

vidi di costa a lei dritto un gigante;

e baciavansi insieme alcuna volta.


Ma perché l'occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagellò dal capo infin le piante;


poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,

disciolse il mostro, e trassel per la selva,

tanto che sol di lei mi fece scudo


a la puttana e a la nova belva.


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