Canto XXXIII

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna voglio che tu omai ti disviluppe, sì che non parli più com'om che sogna.

Argomento del canto

Pianto delle sette donne, le Virtù – Profezia e insegnamento di Beatrice – Dante nell’Eunoè e sua purificazione.


Dalle undici alle dodici del 30 marzo (o 13 aprile)

Dante è un altro uomo

Le sette donne, alternandosi in coro di or tre or quattro, accanto a Beatrice, che ascolta con angoscia sospirosa e pia, lagrimando cantano dolcemente un salmo in cui si compiange la distruzione del tempio di Gerusalemme. Quando le sue sorelle dilette le danno spazio, levata dritta in pè, colorata come foco, Beatrice, in latino, annuncia, con le parole del vangelo di Giovanni, la scomparsa e l’avvento di Cristo. Poi si mette innanzi tutte sette e si fa seguire da Dante, dalla donna e da Stazio. Chiede a Dante, con tranquillo aspetto e guardandolo negli occhi - lo sguardo è una percossa-, di avvicinarsi a lei e di ascoltarla. Sono adesso vicini e lei lo invita a domandare, ma Dante, troppo reverente, non riesce a parlare con voce viva e sanza intero suono comincia: “Madonna, voi conoscete i miei bisogni”.

Voglio che tu omai ti liberi da paura e da vergogna sì che non parli più com’om che sogna. Sappi che il carro, che l serpente ruppe, fu la Chiesa e non è più, ma arriverà la vendetta di Dio. Ci sarà un imperatore, messo di Dio, che ridarà vigore a l’aguglia e anciderà la donna di malaffare e quel gigante che con lei delinque. È questa profezia una narrazion buia -se ne rende conto Beatrice-, ma ci saranno i fatti che risolveranno questo forte enigma. Tu -ordina a Dante- prendi nota e sì come da me son porte, così queste parole trasmetti ai mortali. Non dimenticare di scrivere come hai vista la santa pianta di Dio depredata. Per il morso del suo frutto Adamo, la prima anima, attese cinquemila anni e più la venuta di Cristo. Se non dorme lo ‘ingegno tuo e i pensieri vani non incrostano la tua mente, riconosci che l’arbor, nel divieto di accostarvisi, rappresenta moralmente la giustizia di Dio. Perch’io vedo il tuo intelletto fatto di pietra e oscurato, voglio che, se non scritto, almen dipinto, porti con te quello che dico”. Dante è come cera che non trasmuta la figura del sigillo, ma sente che la parola disiata di Beatrice vola sovra la sua capacità di vedere tanto più si sforza di seguirla: è la prova che la scuola e la dottrina sono una via terrena alla conoscenza, molto lontana da quella divina. Eppure Dante afferma di non avere ricordo né rimorso di essersi allontanato da Beatrice e dalla sua sapienza. Come può essere? Dante ha bevuto l’acqua del Lete che produce l’oblio dei propri peccati: lo chiarisce sorridendo Beatrice che si propone ora di usare parole nude, cioè semplici, quanto sono adatte alla vista rude, cioè rozza, del suo fedele.


È mezzogiorno quando le sette donne si fermano ai confini d’un’ombra smorta qual si produce sotto gli alberi sovra i freddi ruscelli alpini.  A Dante sembra qui di vedere uscire da unica fonte Eufratès e Tigri: sono il Lete e l’Eunoè, ma non li riconosce. Glieli ricorderà Matelda, la bella donna che lo ha accolto nell’Eden di cui solo ora Beatrice rivela il nome giustificando Dante della sua distrazione. A Matelda, anima gentile che fa della voglia altrui la sua stessa voglia, ordina di portare Dante, insieme a Stazio, all’Eunoè per ravvivargli la tramortita sua virtù secondo la funzione cha ha questo fiume dell’Eden.


Dante avvisa il lettor di non avere più spazio per cantare lo dolce bere che mai lo sazierebbe e che lo fren de l’arte gli impone di concludere questa cantica seconda. Ritorna da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda, puro e disposto a salire le stelle.

Testo del canto

'Deus, venerunt gentes', alternando

or tre or quattro dolce salmodia,

le donne incominciaro, e lagrimando;


e Beatrice sospirosa e pia,

quelle ascoltava sì fatta, che poco

più a la croce si cambiò Maria.


Ma poi che l'altre vergini dier loco

a lei di dir, levata dritta in pè,

rispuose, colorata come foco:


'Modicum, et non videbitis me;

et iterum, sorelle mie dilette,

modicum, et vos videbitis me'.


Poi le si mise innanzi tutte e sette,

e dopo sé, solo accennando, mosse

me e la donna e 'l savio che ristette.


Così sen giva; e non credo che fosse

lo decimo suo passo in terra posto,

quando con li occhi li occhi mi percosse;


e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,

mi disse, «tanto che, s'io parlo teco,

ad ascoltarmi tu sie ben disposto».


Sì com'io fui, com'io dovea, seco,

dissemi: «Frate, perché non t'attenti

a domandarmi omai venendo meco?».


Come a color che troppo reverenti

dinanzi a suo maggior parlando sono,

che non traggon la voce viva ai denti.


avvenne a me, che sanza intero suono

incominciai: «Madonna, mia bisogna

voi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono».


Ed ella a me: «Da tema e da vergogna

voglio che tu omai ti disviluppe,

sì che non parli più com'om che sogna.


Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe

fu e non è; ma chi n'ha colpa, creda

che vendetta di Dio non teme suppe.


Non sarà tutto tempo sanza reda

l'aguglia che lasciò le penne al carro,

per che divenne mostro e poscia preda;


ch'io veggio certamente, e però il narro,

a darne tempo già stelle propinque,

secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,


nel quale un cinquecento diece e cinque,

messo di Dio, anciderà la fuia

con quel gigante che con lei delinque.


E forse che la mia narrazion buia,

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;


ma tosto fier li fatti le Naiade,

che solveranno questo enigma forte

sanza danno di pecore o di biade.


Tu nota; e sì come da me son porte,

così queste parole segna a' vivi

del viver ch'è un correre a la morte.


E aggi a mente, quando tu le scrivi,

di non celar qual hai vista la pianta

ch'è or due volte dirubata quivi.


Qualunque ruba quella o quella schianta,

con bestemmia di fatto offende a Dio,

che solo a l'uso suo la creò santa.


Per morder quella, in pena e in disio

cinquemilia anni e più l'anima prima

bramò colui che 'l morso in sé punio.


Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima

per singular cagione esser eccelsa

lei tanto e sì travolta ne la cima.


E se stati non fossero acqua d'Elsa

li pensier vani intorno a la tua mente,

e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,


per tante circostanze solamente

la giustizia di Dio, ne l'interdetto,

conosceresti a l'arbor moralmente.


Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

sì che t'abbaglia il lume del mio detto,


voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

che 'l te ne porti dentro a te per quello

che si reca il bordon di palma cinto».


E io: «Sì come cera da suggello,

che la figura impressa non trasmuta,

segnato è or da voi lo mio cervello.


Ma perché tanto sovra mia veduta

vostra parola disiata vola,

che più la perde quanto più s'aiuta?».


«Perché conoschi», disse, «quella scuola

c'hai seguitata, e veggi sua dottrina

come può seguitar la mia parola;


e veggi vostra via da la divina

distar cotanto, quanto si discorda

da terra il ciel che più alto festina».


Ond'io rispuosi lei: «Non mi ricorda

ch'i' straniasse me già mai da voi,

né honne coscienza che rimorda».


«E se tu ricordar non te ne puoi»,

sorridendo rispuose, «or ti rammenta

come bevesti di Letè ancoi;


e se dal fummo foco s'argomenta,

cotesta oblivion chiaro conchiude

colpa ne la tua voglia altrove attenta.


Veramente oramai saranno nude

le mie parole, quanto converrassi

quelle scovrire a la tua vista rude».


E più corusco e con più lenti passi

teneva il sole il cerchio di merigge,

che qua e là, come li aspetti, fassi


quando s'affisser, sì come s'affigge

chi va dinanzi a gente per iscorta

se trova novitate o sue vestigge,


le sette donne al fin d'un'ombra smorta,

qual sotto foglie verdi e rami nigri

sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.


Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri

veder mi parve uscir d'una fontana,

e, quasi amici, dipartirsi pigri.


«O luce, o gloria de la gente umana,

che acqua è questa che qui si dispiega

da un principio e sé da sé lontana?».


Per cotal priego detto mi fu: «Priega

Matelda che 'l ti dica». E qui rispuose,

come fa chi da colpa si dislega,


la bella donna: «Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

che l'acqua di Letè non gliel nascose».


E Beatrice: «Forse maggior cura,

che spesse volte la memoria priva,

fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.


Ma vedi Eunoè che là diriva:

menalo ad esso, e come tu se' usa,

la tramortita sua virtù ravviva».


Come anima gentil, che non fa scusa,

ma fa sua voglia de la voglia altrui

tosto che è per segno fuor dischiusa;


così, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

donnescamente disse: «Vien con lui».


S'io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i' pur cantere' in parte

lo dolce ber che mai non m'avrìa sazio;


ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l'arte.


Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinnovellate di novella fronda,


puro e disposto a salire alle stelle.


I nostri Mecenate

SicComeDante è un progetto gestito dall'Associazione Culturale inPrimis - APS. Se vuoi sostenere questo progetto, puoi fare una donazione e, a seconda dell'importo, sarai pubblicato tra i nostri Mecenate accanto al tuo canto, terzina o verso preferito. Scopri di più o dona ora.

Mecenate del Canto XXXIII

Vuoi sostenere SicComeDante?
Diventa Mecenate

Mecenate della terzina

Diventa Mecenate

Mecenate del verso

Diventa Mecenate