Canto XXI

«Tu hai l'udir mortal sì come il viso», rispuose a me; «onde qui non si canta per quel che Beatrice non ha riso.

Argomento del canto

Ascesa al cielo di Saturno: Beatrice non sorride – La scala d’oro e gli spiriti contemplanti – Colloquio con uno spirito: la predestinazione – Pietro Damiani si presenta e accusa i prelati.


Ore pomeridiane del 31 marzo (o 14 aprile).

Silenzio e grido

Dante è già tutto concentrato sul volto di Beatrice che sorprendentemente non sorride: “S’io ridessi, diventeresti cenere perché non potresti reggere la bellezza mia che più s’accende più si sale per le scale di questo etterno palazzo che è il paradiso. Ci siamo levati al settimo cielo, quello di Saturno. Ficca la mente dentro a ciò che vedi e fa’ i tuoi occhi specchi alla prossima visione”.

Il piacere di contemplare Beatrice è altissimo, ma quello di ubidirle lo supera e così Dante distoglie lo sguardo da lei. Dentro il cristallo di quel cielo, vede una scala d’oro che brilla e che sale tanto da non riuscire a seguirla con la vista. Sugli scalini scendono tanti splendor come se lì si riunissero tutte le stelle del ciel. Nel loro sfavillar sembrano cornacchie che al cominciar del giorno, si muovono, insieme e in modo diverso, a scaldar le fredde piume.

C’è un’anima che a Dante si avvicina di più tanto da fargli pensare che sia mossa da un amore particolare per lui. Vorrebbe parlarle, ma Beatrice, da cui Dante aspetta sempre l’assenso, non si muove. Quando lo invita a esprimere il suo desiderio, Dante, che si sente non degno di questo dialogo, vuole sapere perché l’anima gli si sia così avvicinata e perché c’è così silenzio. La dolce sinfonia di paradiso è qui muta.

La vita beata risponde: “Tu hai capacità mortale di udir e di vedere: qui non si canta per lo stesso motivo per cui Beatrice non sorride. Sono scesa tanto giù dalla scala santa solo per farti festa e non sono mossa da più amor delle altre anime. È Dio che ci sorteggia qui come tu ci incontri”.

“Vedo bene -risponde Dante- che in questa corte paradisiaca basta il vostro libero amore per farvi conformi a Dio, ma faccio fatica a capire perché, tra le altre, sia stata tu sola a essere predestinata a parlare con me”. Non ha ancora finito di dire l’ultima parola che, per la gioia, l’amore che è dentro la luce gira come una veloce mola e così risponde: “La virtù divina tanto mi leva sopra di me da darmi l’allegrezza di cui fiammeggio perché riesco a vedere chiaro, non tanto, però, da poter conoscere l’abisso del disegno divino. Nessuna creatura può farlo, nemmeno il serafin più vicino a Dio. Riferisci questo al mondo mortal quando vi farai ritorno!”.

Le sue parole inducono Dante a lasciar perdere la quistione e a limitarsi a chiedere umilmente chi sia. È Pietro Damiano, un monaco del XII secolo. In Italia c’è un eremo sull’appenninico monte Càtria: è qui che lui si stabilì al servigio di Dio nutrendosi con cibi conditi solo con olio e sopportando con facilità caldi e geli, contento ne’ pensier contemplativi. Già anziano fu nominato cardinale, incarico che oggi si travasa di male in peggio. Pietro conclude il suo discorso con una feroce accusa a prelati: “Pietro e Paolo erano poveri, magri e scalzi. Or i moderni prelati sono tanto grassi da avere bisogno di servitori che li puntellino e che sollevino lo strascico della loro veste. Cuopron i loro cavalli con i loro manti che coprono così insieme due bestie”.

A questa accusa, più fiammelle scendono di gradino in gradino e girano su sé stesse facendosi più belle. Si fermano attorno all’anima e fanno un grido di approvazione il cui alto fragore vince Dante.

Canto integrale

Già eran li occhi miei rifissi al volto

de la mia donna, e l'animo con essi,

e da ogne altro intento s'era tolto.


E quella non ridea; ma «S'io ridessi»,

mi cominciò, «tu ti faresti quale

fu Semelè quando di cener fessi;


ché la bellezza mia, che per le scale

de l'etterno palazzo più s'accende,

com'hai veduto, quanto più si sale,


se non si temperasse, tanto splende,

che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,

sarebbe fronda che trono scoscende.


Noi sem levati al settimo splendore,

che sotto 'l petto del Leone ardente

raggia mo misto giù del suo valore.


Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,

e fa di quelli specchi a la figura

che 'n questo specchio ti sarà parvente».


Qual savesse qual era la pastura

del viso mio ne l'aspetto beato

quand'io mi trasmutai ad altra cura,


conoscerebbe quanto m'era a grato

ubidire a la mia celeste scorta,

contrapesando l'un con l'altro lato.


Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,

cerchiando il mondo, del suo caro duce

sotto cui giacque ogne malizia morta,


di color d'oro in che raggio traluce

vid'io uno scaleo eretto in suso

tanto, che nol seguiva la mia luce.


Vidi anche per li gradi scender giuso

tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume

che par nel ciel, quindi fosse diffuso.


E come, per lo natural costume,

le pole insieme, al cominciar del giorno,

si movono a scaldar le fredde piume;


poi altre vanno via sanza ritorno,

altre rivolgon sé onde son mosse,

e altre roteando fan soggiorno;


tal modo parve me che quivi fosse

in quello sfavillar che 'nsieme venne,

sì come in certo grado si percosse.


E quel che presso più ci si ritenne,

si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:

'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.


Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando

del dire e del tacer, si sta; ond'io,

contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.


Per ch'ella, che vedea il tacer mio

nel veder di colui che tutto vede,

mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».


E io incominciai: «La mia mercede

non mi fa degno de la tua risposta;

ma per colei che 'l chieder mi concede,


vita beata che ti stai nascosta

dentro a la tua letizia, fammi nota

la cagion che sì presso mi t'ha posta;


e di' perché si tace in questa rota

la dolce sinfonia di paradiso,

che giù per l'altre suona sì divota».


«Tu hai l'udir mortal sì come il viso»,

rispuose a me; «onde qui non si canta

per quel che Beatrice non ha riso.


Giù per li gradi de la scala santa

discesi tanto sol per farti festa

col dire e con la luce che mi ammanta;


né più amor mi fece esser più presta;

ché più e tanto amor quinci sù ferve,

sì come il fiammeggiar ti manifesta.


Ma l'alta carità, che ci fa serve

pronte al consiglio che 'l mondo governa,

sorteggia qui sì come tu osserve».


«Io veggio ben», diss'io, «sacra lucerna,

come libero amore in questa corte

basta a seguir la provedenza etterna;


ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,

perché predestinata fosti sola

a questo officio tra le tue consorte».


Né venni prima a l'ultima parola,

che del suo mezzo fece il lume centro,

girando sé come veloce mola;


poi rispuose l'amor che v'era dentro:

«Luce divina sopra me s'appunta,

penetrando per questa in ch'io m'inventro,


la cui virtù, col mio veder congiunta,

mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio

la somma essenza de la quale è munta.


Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;

per ch'a la vista mia, quant'ella è chiara,

la chiarità de la fiamma pareggio.


Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,

a la dimanda tua non satisfara,


però che sì s'innoltra ne lo abisso

de l'etterno statuto quel che chiedi,

che da ogne creata vista è scisso.


E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.


La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giùe

quel che non pote perché 'l ciel l'assumma».


Sì mi prescrisser le parole sue,

ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi

a dimandarla umilmente chi fue.


«Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,

e non molto distanti a la tua patria,

tanto che ' troni assai suonan più bassi,


e fanno un gibbo che si chiama Catria,

di sotto al quale è consecrato un ermo,

che suole esser disposto a sola latria».


Così ricominciommi il terzo sermo;

e poi, continuando, disse: «Quivi

al servigio di Dio mi fe' sì fermo,


che pur con cibi di liquor d'ulivi

lievemente passava caldi e geli,

contento ne' pensier contemplativi.


Render solea quel chiostro a questi cieli

fertilemente; e ora è fatto vano,

sì che tosto convien che si riveli.


In quel loco fu' io Pietro Damiano,

e Pietro Peccator fu' ne la casa

di Nostra Donna in sul lito adriano.


Poca vita mortal m'era rimasa,

quando fui chiesto e tratto a quel cappello,

che pur di male in peggio si travasa.


Venne Cefàs e venne il gran vasello

de lo Spirito Santo, magri e scalzi,

prendendo il cibo da qualunque ostello.


Or voglion quinci e quindi chi rincalzi

li moderni pastori e chi li meni,

tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.


Cuopron d'i manti loro i palafreni,

sì che due bestie van sott'una pelle:

oh pazienza che tanto sostieni!».


A questa voce vid'io più fiammelle

di grado in grado scendere e girarsi,

e ogne giro le facea più belle.


Dintorno a questa vennero e fermarsi,

e fero un grido di sì alto suono,

che non potrebbe qui assomigliarsi;


né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.

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