Canto XXII

L'aiuola che ci fa tanto feroci, volgendom'io con li etterni Gemelli, tutta m'apparve da' colli a le foci

Argomento del canto

Beatrice rassicura Dante – San Benedetto – Ascesa al cielo delle Stelle fisse – Sguardo ai pianeti e alla terra


Ore pomeridiane del 31 marzo (o 14 aprile).

In alto la scala e in basso la terra

Oppresso di stupore per l’urlo, Dante si rivolge a Beatrice, la sua guida, come un piccolo alla madre che sa rassicurarlo con la sua voce: “Non sai tu che tu se’ in cielo? Non sai tu che tutto ciò che si fa in cielo è santo? Se il grido ti ha tanto turbato, puoi capire come ti avrebbe stravolto il canto e il mio sorriso! Nel grido  c’è l’invocazione di una vendetta contro i prelati corrotti che vedrai prima della tua morte. Ora, però, guarda gli altri spiriti illustri che sono qui”.

Dante obbedisce e vede cento piccole sfere che accrescono la bellezza una dell’altra irraggiandosi a vicenda. Dante repreme il desiderio di domandar per non sembrare eccessivo: la maggiore e la più luminosa di quelle gemme si fa avanti per appagare la sua voglia. Poi da dentro a lei escono queste parole: “Se tu vedessi l’amore che arde tra noi, non ti faresti scrupolo a esprimere i tuoi pensieri a cui darò comunque risposta. Quel monte su cui sorge Cassino fu frequentato già dai pagani. Io son quello che vi portai il nome di Cristo: sono Benedetto. Ebbi tanta grazia che convertii le genti circostanti. Tutti questi fuochi furono uomini contemplanti, spiriti contemplativi accesi di quell’amore che fa nascere fiori e frutti santi”.

Dante, colpito dall’affetto che gli dimostra, acquista fiducia ed osa chiedergli di poterlo vedere nella sua figura umana non nascosta dalla luce. L’anima santa risponde che questo accadrà nell’Empireo, l’ultimo cielo immobile ove s’adempiono tutti i desideri e così continua: “ Lì arriva la nostra scala, la stessa che vide Iacobbe come narra la Bibbia: per questo non ne vedi la fine. Ora nessuno dell’ordine che ho fondato si impegna a salirla: le mura dei miei monasteri sono spelonche di ladri e le tonache diventano sacchi di farina corrotta. Una grave usura agli occhi di Dio è meno grave dell’avidità di questi monaci folli: tutto ciò che custodisce la Chiesa è dei poveri, non di parenti o peggio! La degradazione per i mortali avviene rapida come è accaduto alla Chiesa fondata da san Pietro, al mio ordine benedettino e a quello di san Francesco. Ma Dio può venire in soccorso!”. Detto questo, san Benedetto si stringe alle altre anime che, come un turbine, si sollevano verso l’Empireo.

La dolce donna, Beatrice, spinge Dante dietro a loro su per quella scala. Sale veloce come sulla terra non si può e più veloce di quanto si tolga il dito dal fuoco si ritrova dentro il cielo delle Stelle fisse all’altezza della sua costellazione natale, quella dei Gemelli da cui deriva il suo ingegno, qual che si sia. Beatrice, poiché Dante in prossimità della suprema salute che è Dio dovrà avere una vista chiara e acuta, lo invita a guardare giù il mondo che ha sotto li piedi per arrivare giocondo a la turba triunfante del cielo. Rivede i sette pianeti e questo globo, la terra, che lo fa sorridere per il suo misero aspetto, il suo vil sembiante: quanto è saggio chi rivolge la sua attenzione ad altro! Tutti i sette pianeti si rivelano quanto son grandi, veloci e reciprocamente distanti. L’aiuola che ci fa tanto feroci, la terra, gli appare tutta, dalle montagne ai mari, mentre lui stesso ruota con la costellazione dei Gemelli.

Poi rivolge gli occhi agli occhi belli di Beatrice.

Canto integrale

Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

sempre colà dove più si confida;


e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

con la sua voce, che 'l suol ben disporre,


mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?

e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,

e ciò che ci si fa vien da buon zelo?


Come t'avrebbe trasmutato il canto,

e io ridendo, mo pensar lo puoi,

poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;


nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,

già ti sarebbe nota la vendetta

che tu vedrai innanzi che tu muoi.


La spada di qua sù non taglia in fretta

né tardo, ma' ch'al parer di colui

che disiando o temendo l'aspetta.


Ma rivolgiti omai inverso altrui;

ch'assai illustri spiriti vedrai,

se com'io dico l'aspetto redui».


Come a lei piacque, li occhi ritornai,

e vidi cento sperule che 'nsieme

più s'abbellivan con mutui rai.


Io stava come quei che 'n sé repreme

la punta del disio, e non s'attenta

di domandar, sì del troppo si teme;


e la maggiore e la più luculenta

di quelle margherite innanzi fessi,

per far di sé la mia voglia contenta.


Poi dentro a lei udi' : «Se tu vedessi

com'io la carità che tra noi arde,

li tuoi concetti sarebbero espressi.


Ma perché tu, aspettando, non tarde

a l'alto fine, io ti farò risposta

pur al pensier, da che sì ti riguarde.


Quel monte a cui Cassino è ne la costa

fu frequentato già in su la cima

da la gente ingannata e mal disposta;


e quel son io che sù vi portai prima

lo nome di colui che 'n terra addusse

la verità che tanto ci soblima;


e tanta grazia sopra me relusse,

ch'io ritrassi le ville circunstanti

da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.


Questi altri fuochi tutti contemplanti

uomini fuoro, accesi di quel caldo

che fa nascere i fiori e ' frutti santi.


Qui è Maccario, qui è Romoaldo,

qui son li frati miei che dentro ai chiostri

fermar li piedi e tennero il cor saldo».


E io a lui: «L'affetto che dimostri

meco parlando, e la buona sembianza

ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,


così m'ha dilatata mia fidanza,

come 'l sol fa la rosa quando aperta

tanto divien quant'ell'ha di possanza.


Però ti priego, e tu, padre, m'accerta

s'io posso prender tanta grazia, ch'io

ti veggia con imagine scoverta».


Ond'elli: «Frate, il tuo alto disio

s'adempierà in su l'ultima spera,

ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.


Ivi è perfetta, matura e intera

ciascuna disianza; in quella sola

è ogne parte là ove sempr'era,


perché non è in loco e non s'impola;

e nostra scala infino ad essa varca,

onde così dal viso ti s'invola.


Infin là sù la vide il patriarca

Iacobbe porger la superna parte,

quando li apparve d'angeli sì carca.


Ma, per salirla, mo nessun diparte

da terra i piedi, e la regola mia

rimasa è per danno de le carte.


Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.


Ma grave usura tanto non si tolle

contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto

che fa il cor de' monaci sì folle;


ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

è de la gente che per Dio dimanda;

non di parenti né d'altro più brutto.


La carne d'i mortali è tanto blanda,

che giù non basta buon cominciamento

dal nascer de la quercia al far la ghianda.


Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento,

e io con orazione e con digiuno,

e Francesco umilmente il suo convento;


e se guardi 'l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov'è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno.


Veramente Iordan vòlto retrorso

più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,

mirabile a veder che qui 'l soccorso».


Così mi disse, e indi si raccolse

al suo collegio, e 'l collegio si strinse;

poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.


La dolce donna dietro a lor mi pinse

con un sol cenno su per quella scala,

sì sua virtù la mia natura vinse;


né mai qua giù dove si monta e cala

naturalmente, fu sì ratto moto

ch'agguagliar si potesse a la mia ala.


S'io torni mai, lettore, a quel divoto

triunfo per lo quale io piango spesso

le mie peccata e 'l petto mi percuoto,


tu non avresti in tanto tratto e messo

nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno

che segue il Tauro e fui dentro da esso.


O gloriose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, il mio ingegno,


con voi nasceva e s'ascondeva vosco

quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,

quand'io senti' di prima l'aere tosco;


e poi, quando mi fu grazia largita

d'entrar ne l'alta rota che vi gira,

la vostra region mi fu sortita.


A voi divotamente ora sospira

l'anima mia, per acquistar virtute

al passo forte che a sé la tira.


«Tu se' sì presso a l'ultima salute»,

cominciò Beatrice, «che tu dei

aver le luci tue chiare e acute;


e però, prima che tu più t'inlei,

rimira in giù, e vedi quanto mondo

sotto li piedi già esser ti fei;


sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo

s'appresenti a la turba triunfante

che lieta vien per questo etera tondo».


Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;


e quel consiglio per migliore approbo

che l'ha per meno; e chi ad altro pensa

chiamar si puote veramente probo.


Vidi la figlia di Latona incensa

sanza quell'ombra che mi fu cagione

per che già la credetti rara e densa.


L'aspetto del tuo nato, Iperione,

quivi sostenni, e vidi com'si move

circa e vicino a lui Maia e Dione.


Quindi m'apparve il temperar di Giove

tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro

il variar che fanno di lor dove;


e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

e come sono in distante riparo.


L'aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom'io con li etterni Gemelli,

tutta m'apparve da' colli a le foci;


poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

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