Canto XII

“Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue più che sua colpa sortille”.

Argomento del canto

Il Minotauro – Il Flegetonte e i Centauri – I violenti contro il prossimo: Alessandro Magno, Dionisio il Vecchio di Siracusa, Azzolino da Romano, Obizzo d’Este, Guido di Monfort, Attila, Pirro, Sesto Pompeo, Rinieri da Corneto, Rinieri dei Pazzi.

Circa le tre del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

Mezzi uomini e mezze bestie

Siamo in un luogo alpestro che s’affaccia su un burrone e la frana ricorda quella che percosse l’Adige a valle di Trento e che è visibile ancora oggi nei pressi di Rovereto.

Sul suo orlo sta il Minotauro, l’infamia di CretiÈ un mostro mitologico, metà toro e metà uomo, concepito in una falsa vacca nel grembo della lussuriosa moglie di Minosse, re di Creta. Per smorzare la sua ira bestiale, Virgilio gli grida di non confondere Dante con Teseo che l’ha ucciso!  La bestiaalla rievocazione della sua uccisione, reagisce in modo scomposto e grottesco -qua e là saltella- consentendo a Dante un varco.

È la prima volta che Virgilio percorre questa frana che si è formata poco prima della già ricordata discesa di Cristo nel Limbo.

Ma c’è qualcosa di nuovo da guardare: il Flegetonte, il fiume di sangue in qual bolle chi per violenza ha fatto del male. Tra la roccia e il fiume, in schiera, a mille a mille, corrono Centauri, armati di frecce, altre figure mitologiche, metà uomini e metà cavalli, anche loro guardiani, ma questa volta non orrorifici. I Centauri hanno il compito di colpire con le frecce le anime che si sollevano dal sangue bollente più di quanto lo conceda la loro colpa.

Tre si staccano dagli altri con frecce negli archi. Sono allarmati: si sono accorti che Dante è vivo perché, per il peso del suo corpo, move ciò ch’el tocca, le pietre sulle quali cammina. Chirone è pronto a scoccare la freccia che, tesa nell’arco, gli sposta la barba in dietro e gli scopre la gran bocca. Nesso, il secondo di loro, grida minaccioso e chiede ai due di qualificarsi, ma Virgilio ribatte, con brusca fermezza, che risponderà solo a Chirone, il loro autorevole e saggio capo che fu maestro di Achille. Nesso -lo racconta Virgilio a Dante- è sempre stato troppo impulsivo e precipitoso come dimostrano le sue vicende con la bella Deianira, la moglie di Ercole. Il terzo è Folo, un’altra testa calda.

Virgilio, che per statura arriva al petto del gigantesco Chirone, illustra la condizione di Dante e concorda che Nesso sia loro scorta fida per condurli dove si guada. Sulla sua groppa Dante, che non è spirto che per l’aere vada, potrà superare il Flegetonte dal bollor vermiglio.

I tiranni, che fecero violenza sulle persone e sulle proprietà, sono bolliti infino al ciglio. Tra gli altri Dante nomina Alessandro Magno e Azzolino (Ezzelino) III da Romano, capo dei Ghibellini e crudelissimo secondo la propaganda guelfa. Ci sono poi gli assassini, con il sangue ‘nfino a la gola. Poi ci sono quelli che fuori dal Flegetonte tengono la testa e il busto e quelli a cui il sangue cuoce solo i piedi. Insomma, c’è una gradualità di pena secondo la gravità del peccato.

Ecco il guado, al di là del quale ricomincia l’area profonda in cui sono punite altre anime di cui Nesso ricorda altri cinque nomi, tre dell’antichità e due contemporanei. Torna poi indietro ripassando nell’acqua bassa.

Testo del canto

Era lo loco ov'a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,

tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.


Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l'Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,


che da cima del monte, onde si mosse,

al piano è sì la roccia discoscesa,

ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:


cotal di quel burrato era la scesa;

e 'n su la punta de la rotta lacca

l'infamia di Creti era distesa


che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, sé stesso morse,

sì come quei cui l'ira dentro fiacca.


Lo savio mio inver' lui gridò: «Forse

tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,

che sù nel mondo la morte ti porse?


Pàrtiti, bestia: ché questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene».


Qual è quel toro che si slaccia in quella

c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e là saltella,


vid'io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto gridò: «Corri al varco:

mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».


Così prendemmo via giù per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.


Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi

forse a questa ruina ch'è guardata

da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.


Or vo' che sappi che l'altra fiata

ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.


Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,


da tutte parti l'alta valle feda

tremò sì, ch'i' pensai che l'universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda


più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia

qui e altrove, tal fece riverso.


Ma ficca li occhi a valle, ché s'approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per violenza in altrui noccia».


Oh cieca cupidigia e ira folle,

che sì ci sproni ne la vita corta,

e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!


Io vidi un'ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto 'l piano abbraccia,

secondo ch'avea detto la mia scorta;


e tra 'l piè de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.


Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;


e l'un gridò da lungi: «A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l'arco tiro».


Lo mio maestro disse: «La risposta

farem noi a Chirón costà di presso:

mal fu la voglia tua sempre sì tosta».


Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,

che morì per la bella Deianira

e fé di sé la vendetta elli stesso.


E quel di mezzo, ch'al petto si mira,

è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;

quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.


Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille».


Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chirón prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.


Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,

disse a' compagni: «Siete voi accorti

che quel di retro move ciò ch'el tocca?


Così non soglion far li piè d'i morti».

E 'l mio buon duca, che già li er'al petto,

dove le due nature son consorti,


rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.


Tal si partì da cantare alleluia

che mi commise quest'officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.


Ma per quella virtù per cu' io movo

li passi miei per sì selvaggia strada,

danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,


e che ne mostri là dove si guada

e che porti costui in su la groppa,

ché non è spirto che per l'aere vada».


Chirón si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,

e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».


Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.


Io vidi gente sotto infino al ciglio;

e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni

che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.


Quivi si piangon li spietati danni;

quivi è Alessandro, e Dionisio fero,

che fé Cicilia aver dolorosi anni.


E quella fronte c'ha 'l pel così nero,

è Azzolino; e quell'altro ch'è biondo,

è Opizzo da Esti, il qual per vero


fu spento dal figliastro sù nel mondo».

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

«Questi ti sia or primo, e io secondo».


Poco più oltre il centauro s'affisse

sovr'una gente che 'nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.


Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,

dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».


Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto 'l casso;

e di costoro assai riconobb'io.


Così a più a più si facea basso

quel sangue, sì che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.


«Sì come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema»,

disse 'l centauro, «voglio che tu credi


che da quest'altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.


La divina giustizia di qua punge

quell'Attila che fu flagello in terra

e Pirro e Sesto; e in etterno munge


le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra».


Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.

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