Canto XIII

Per le nove radici d'esto legno vi giuro che già mai non ruppi fede al mio segnor, che fu d'onor sì degno.

Argomento del canto

Secondo girone del settimo cerchio: violenti contro se stessi – I suicidi: Pier della Vigna – Gli scialacquatori: Lano da Siena e Jacopo di Sant’Andrea – Un fiorentino suicida


Alba del 26 marzo (o 9 aprile). Sabato Santo

La mesta selva

Al di là del Flegetonte, Dante e Virgilio si ritrovano dentro un bosco segnato da nessun sentiero. Fronde nere, rami nodosi, spine velenose, un luogo ancora più selvaggio di quelli tra Cecina e Corneto nella Maremma toscana. Vi fanno i lor nidi le Arpie, esseri mitologici dal volto di donne e corpo d’uccelli rapaci, con larghe ali e artigli che scorticano gli alberi del bosco.

Virgilio si astiene dall’anticipare che cosa li aspetti perché non sarebbe creduto, sebbene abbia lui stesso narrato qualcosa di analogo nel suo poema.


D’ogni parte si sentono lamenti, ma non si vede nessuno. Dante si arresta smarrito. Forse Virgilio crede che Dante creda ci sia qualcuno nascosto e così lo invita a troncare qualche fraschetta d’una di quelle piante. Colto un ramicel da un gran pruno, il suo tronco grida: “Perché mi spezzi? Non hai pietà? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi”. Le parole, come vento, escono insieme a sangue. Dante si blocca impaurito e Virgilio subito interviene per scusarsi con l’anima-albero per aver suggerito quel gesto che gli pesa. Può, però, l’anima raccontare chi sia perché nel mondo sù la sua fama sia rinnovata. È questa una possibilità che piace molto al tronco che deve riscattarsi da un’infamia. Chi parla è Pier della Vigna, consigliere dell’imperatore Federico II, che si dedicò al suo glorioso offizio con tanta fede da perdere il sonno e la salute. L’invidia, morte comune e de le corti vizio, / infiammò contra di lui li animi tutti e lo indusse al suicidio per disdegnoso gusto. Solennemente giura, sulle nuove radici della pianta che è, di non avere mai rotto fede al suo signore.


Dante è spronato da Virgilio a fare altre domande allo spirito incarcerato, ma, ammutolito dalla pietà, lo delega a continuare lui la conversazione che vira su temi teologici e spiega come l’anima si lega a queste piante e come, dopo il Giudizio universale, il corpo di ogni suicida rimarrà appeso per la mesta selva al suo pruno.


I due sono ancora attenti alle sue parole quando vengono sorpresi da un rumore simile a quello che sente il cacciatore appostato quando arriva il cinghiale. Ed ecco due, nudi e graffiati, uno dietro l’altro che fuggono forte rompendo ogni intrico dei rami. Sono due scialacquatori, peccatori che hanno dissipato i loro beni. Il primo è Lano, un senese contemporaneo di Dante, il secondo, più lento e in affanno, è Iacopo di Sant’Andrea, un padovano vissuto anche lui ai tempi di Federico II. Non ce la fa più a correre e si aggroviglia a un cespuglio in cerca di riparo. Dietro a loro la selva è piena di nere cagne bramose in corsa. Aggrediscono Iacopo e lo lacerano a brano a brano. 


Virgilio prende Dante per mano e lo conduce al cespuglio che piange lamentandosi con Iacopo che ha inutilmente fatto di lui schermo. Il cespuglio si presenta, senza rivelare il suo nome, come un fiorentino che si è impiccato. La sua Firenze è una città segnata dalla guerra.

Testo del canto

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.


Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:


non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che 'n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.


Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.


Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani.


E 'l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se' nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre


che tu verrai ne l'orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».


Io sentia d'ogne parte trarre guai,

e non vedea persona che 'l facesse;

per ch'io tutto smarrito m'arrestai.


Cred'io ch'ei credette ch'io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi

da gente che per noi si nascondesse.


Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d'una d'este piante,

li pensier c'hai si faran tutti monchi».


Allor porsi la mano un poco avante,

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».


Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?


Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb'esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».


Come d'un stizzo verde ch'arso sia

da l'un de'capi, che da l'altro geme

e cigola per vento che va via,


sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond'io lasciai la cima

cadere, e stetti come l'uom che teme.


«S'elli avesse potuto creder prima»,

rispuose 'l savio mio, «anima lesa,

ciò c'ha veduto pur con la mia rima,


non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.


Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece

d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece».


E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,

ch'i' non posso tacere; e voi non gravi

perch'io un poco a ragionar m'inveschi.


Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,


che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:

fede portai al glorioso offizio,

tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.


La meretrice che mai da l'ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,


infiammò contra me li animi tutti;

e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,

che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.


L'animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.


Per le nove radici d'esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d'onor sì degno.


E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che 'nvidia le diede».


Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,

disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».


Ond'io a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch'a me satisfaccia;

ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».


Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia

liberamente ciò che 'l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia


di dirne come l'anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s'alcuna mai di tai membra si spiega».


Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.


Quando si parte l'anima feroce

dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.


Cade in la selva, e non l'è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.


Surge in vermena e in pianta silvestra:

l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.


Come l'altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch'alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.


Qui le trascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».


Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch'altro ne volesse dire,

quando noi fummo d'un romor sorpresi,


similemente a colui che venire

sente 'l porco e la caccia a la sua posta,

ch'ode le bestie, e le frasche stormire.


Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogni rosta.


Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l'altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte


le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d'un cespuglio fece un groppo.


Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch'uscisser di catena.


In quel che s'appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.


Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea,

per le rotture sanguinenti in vano.


«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t'è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».


Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,

disse «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».


Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,


raccoglietele al piè del tristo cesto.

I' fui de la città che nel Batista

mutò il primo padrone; ond'ei per questo


sempre con l'arte sua la farà trista;

e se non fosse che 'n sul passo d'Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,


que' cittadin che poi la rifondarno

sovra 'l cener che d'Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.


Io fei gibbetto a me de le mie case».

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