Canto XV

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m'accorsi ne la vita bella

Argomento del canto

Terzo girone del settimo cerchio: violenti contro Natura, i sodomiti – Brunetto Latini – Prisciano (grammatico del VI sec.), Francesco d’Accorso (giurista bolognese del XIII sec.), Andrea de’Mozzi (vescovo di Firenze e di Vicenza del XIII sec.)

A capo chino accanto a un maestro

L’argine di pietra su cui camminano Dante e Virgilio è protetto dalla pioggia di fuoco dal vapore che sale dal fiume di sangue bollente. Assomiglia a quelli delle dighe fiamminghe o a quelli che i Padovani fanno lungo la Brenta anche se non sono né sì alti, né sì grossi.

In basso, lungo l’argine, le anime in schiera dei sodomiti, nella luce molto fioca come di luna nuova, aguzzano le ciglia verso di loro come fa ‘l vecchio sartor ne la cruna. Così adocchiato, Dante è riconosciuto da uno che lo prende per il lembo e grida: “Qual meraviglia!”. Il cotto aspetto e il viso abbruciato non impediscono a Dante, che si china verso il dannato, di riconoscerlo a sua volta: “Siete voi qui, ser Brunetto?” chiede Dante, con angoscioso stupore e affettuoso rispetto, al suo maestro Brunetto Latini, intellettuale fiorentino, scrittore, guelfo ed esule. “O figliuol mio, non ti dispiaccia se sto un po’ con te e lascio il mio gruppo”. Figurarsi se a Dante dispiace, anzi, se Virgilio è d’accordo, gli piacerebbe sedersi con lui. Non è però possibile perché il peccatore, se si ferma, per cent’anni non può nemmeno più difendersi dalla pioggia di fuoco con le mani. Brunetto lo seguirà da sotto l’argine per riunirsi poi con la sua masnada. Dante non osa scendere e affiancarlo, ma tiene il capo chino com’uom reverente. Il maestro vuole sapere perché sia lì ancora vivo. La rapida spiegazione ricorda che tutto è cominciato solo la mattina precedente. Ma Brunetto è interessato al futuro del suo allievo che non può fallire la gloria se asseconda la sua vocazione letteraria a cui, se non fosse morto prematuramente, avrebbe lui stesso dato conforto. Sarà però l’ingrato popolo maligno di Firenze che gli si farà nimico per il suo ben far. È un’altra profezia dell’esilio che, nella lingua elaborata del colto personaggio, procede con immagini tratte dal mondo agricolo: Dante, dolce fico, non può crescere tra gli aspri sorbi, i suoi concittadini, gente avara, invidiosa e superba come aveva già detto Ciacco. La sua nobile pianta si preserverà pura dallo scontro bestiale fra le fazioni. Dante sembra essere più concentrato a omaggiare il suo maestro che preoccupato per la sua sorte a cui saprà far fronte e che Virgilio, voltato indietro a guardarlo, esorta a tenere ben presente. Gli si spezza il cuore al ricordo della cara e buona immagine paterna di Brunetto quando gli insegnava come l’uom s’etterna. La sua unica speranza di sopravvivenza è, coerentemente, la sua opera letteraria nella quale vive ancora. Per questo la raccomanda a Dante. Prima di lasciarlo, gli indica tre tra i suoi compagni più noti e più sommi, uomini di chiesa e litterati grandi e di gran fama.

Corre poi per unirsi alla sua schiera come uno che vince, non che perde.

Testo del canto

Ora cen porta l'un de' duri margini;

e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,

sì che dal foco salva l'acqua e li argini.


Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,

fanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;


e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville e lor castelli,

anzi che Carentana il caldo senta:


a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che né sì alti né sì grossi,

qual che si fosse, lo maestro felli.


Già eravam da la selva rimossi

tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,

perch'io in dietro rivolto mi fossi,


quando incontrammo d'anime una schiera

che venìan lungo l'argine, e ciascuna

ci riguardava come suol da sera


guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver' noi aguzzavan le ciglia

come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.


Così adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».


E io, quando 'l suo braccio a me distese,

ficcai li occhi per lo cotto aspetto,

sì che 'l viso abbrusciato non difese


la conoscenza sua al mio 'ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».


E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia».


I' dissi lui: «Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m'asseggia,

faròl, se piace a costui che vo seco».


«O figliuol», disse, «qual di questa greggia

s'arresta punto, giace poi cent'anni

sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.


Però va oltre: i' ti verrò a' panni;

e poi rigiugnerò la mia masnada,

che va piangendo i suoi etterni danni».


I' non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma 'l capo chino

tenea com'uom che reverente vada.


El cominciò: «Qual fortuna o destino

anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?

e chi è questi che mostra 'l cammino?».


«Là sù di sopra, in la vita serena»,

rispuos'io lui, «mi smarri' in una valle,

avanti che l'età mia fosse piena.


Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m'apparve, tornand'io in quella,

e reducemi a ca per questo calle».


Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorioso porto,

se ben m'accorsi ne la vita bella;


e s'io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t'avrei a l'opera conforto.


Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,


ti si farà, per tuo ben far, nimico:

ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.


Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent'è avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.


La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l'una parte e l'altra avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l'erba.


Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s'alcuna surge ancora in lor letame,


in cui riviva la sementa santa

di que' Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta».


«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

rispuos'io lui, «voi non sareste ancora

de l'umana natura posto in bando;


ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora


m'insegnavate come l'uom s'etterna:

e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.


Ciò che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che saprà, s'a lei arrivo.


Tanto vogl'io che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

che a la Fortuna, come vuol, son presto.


Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

però giri Fortuna la sua rota

come le piace, e 'l villan la sua marra».


Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro, e riguardommi;

poi disse: «Bene ascolta chi la nota».


Né per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

li suoi compagni più noti e più sommi.


Ed elli a me: «Saper d'alcuno è buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

ché 'l tempo sarìa corto a tanto suono.


In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d'un peccato medesmo al mondo lerci.


Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,

s'avessi avuto di tal tigna brama,


colui potei che dal servo de' servi

fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,

dove lasciò li mal protesi nervi.


Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone

più lungo esser non può, però ch'i' veggio

là surger nuovo fummo del sabbione.


Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro

nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».


Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro


quelli che vince, non colui che perde.

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