Canto XVIII

E qual è 'l trasmutare in picciol varco di tempo in bianca donna, quando 'l volto suo si discarchi di vergogna il carco

Argomento del canto

Il conforto di Beatrice e altri spiriti combattenti (Giosuè, Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo d’Orange, Renoardo, Goffredo di Buglione, Roberto Guiscardo) – Salita al cielo di Giove – Lettere luminose e l’aquila – Invettiva contro la curia pontificia


Prime ore del 31 marzo (14 aprile).

Dal rosso al bianco

Cacciaguida, specchio di Dio, gode del suo pensiero, mentre Dante cerca di attenuare il gusto aspro dell’esilio con quello dolce della gloria. Con amorose parole, Beatrice, il suo conforto, la donna che lo conduce alla giustizia divina, lo consola.

Dante vede nei suoi occhi santi tanto indicibile amore che, rimirando lei, smette di desiderare altro. Vincendolo con la luce di un sorriso, Beatrice gli dice: “Volgiti attorno e ascolta: il paradiso non è solo ne’ miei occhi”.

Dante, allora, si gira e nel fiammeggiar dell’anima santa di Cacciaguida riconosce la voglia di parlargli ancora: “In questo quinto cielo di Marte ci sono spiriti che in terra furono famosi. Te li indicherò!”. Sono otto anime che, appena nominate, guizzano veloci e luminose lungo la croce. Uno, per il suo roteare, assomiglia a una trottola. Poi Cacciaguida riprende il suo posto e il suo canto.


Dante guarda Beatrice per capire che fare. La vede con gli occhi tanto puri e giocondi da renderla ancora più bella dell’ultima volta che l’ha guardata. S’accorge così di essere nel cielo successivo che ha una circonferenza più vasta. E come in poco tempo una donna rossa di vergogna diventa bianca così il rosso di Marte si trasmuta nel candore de la sesta stella di Giove.


Gli sfavillanti spiriti di quel cielo, come augelli surti in schiere diverse da un fiume da cui si sono dissetati, disegnano delle lettere dell’alfabeto, or D, or I, or L. Prima si muovono al ritmo del loro canto, poi, una volta acquisita la forma di una lettera, si fermano e tacciono. Si mostrano cinque volte sette, cioè 35, vocali e consonanti: “diligite iustitiam qui iudicatis terram” che, tradotto dal latino, significa “Amate la giustizia voi che giudicate il mondo”. Questa scritta è come un ricamo d’oro sull’argento del cielo. Sull’ultima emme del quinto vocabolo si dispongono, cantando, più di altre mille luci: ne nasce, per trasformazione successiva, prima un giglio capovolto e poi un’aquila. È questo ciò che Dio dipinge lì.


 Dante, consapevole che la dolce stella di Giove influenza la giustizia degli uomini, prega Dio perché guardi giù sulla terra e s’adiri del comperare e vender dentro alla curia papale, un cattivo essemplo per gli uomini. Un tempo si faceva guerra con le spadeor con le scomuniche. Pensi il papa come in cielo Pietro e Paulo, che morirono martiri per la fede, ancor son vivi. Certo il papa ben può dire: “Il santo a cui mi rivolgo con ardore è Giovanni Battista, quello impresso sul fiorino d’oro e non conosco né Pietro né Polo”.

Canto integrale

Già si godeva solo del suo verbo

quello specchio beato, e io gustava

lo mio, temprando col dolce l'acerbo;


e quella donna ch'a Dio mi menava

disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono

presso a colui ch'ogne torto disgrava».


Io mi rivolsi a l'amoroso suono

del mio conforto; e qual io allor vidi

ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:


non perch'io pur del mio parlar diffidi,

ma per la mente che non può redire

sovra sé tanto, s'altri non la guidi.


Tanto poss'io di quel punto ridire,

che, rimirando lei, lo mio affetto

libero fu da ogne altro disire,


fin che 'l piacere etterno, che diretto

raggiava in Beatrice, dal bel viso

mi contentava col secondo aspetto.


Vincendo me col lume d'un sorriso,

ella mi disse: «Volgiti e ascolta;

ché non pur ne' miei occhi è paradiso».


Come si vede qui alcuna volta

l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,

che da lui sia tutta l'anima tolta,


così nel fiammeggiar del folgór santo,

a ch'io mi volsi, conobbi la voglia

in lui di ragionarmi ancora alquanto.


El cominciò: «In questa quinta soglia

de l'albero che vive de la cima

e frutta sempre e mai non perde foglia,


spiriti son beati, che giù, prima

che venissero al ciel, fuor di gran voce,

sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.


Però mira ne' corni de la croce:

quello ch'io nomerò, lì farà l'atto

che fa in nube il suo foco veloce».


Io vidi per la croce un lume tratto

dal nomar Iosuè, com'el si feo;

né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.


E al nome de l'alto Macabeo

vidi moversi un altro roteando,

e letizia era ferza del paleo.


Così per Carlo Magno e per Orlando

due ne seguì lo mio attento sguardo,

com'occhio segue suo falcon volando.


Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo

e 'l duca Gottifredi la mia vista

per quella croce, e Ruberto Guiscardo.


Indi, tra l'altre luci mota e mista,

mostrommi l'alma che m'avea parlato

qual era tra i cantor del cielo artista.


Io mi rivolsi dal mio destro lato

per vedere in Beatrice il mio dovere,

o per parlare o per atto, segnato;


e vidi le sue luci tanto mere,

tanto gioconde, che la sua sembianza

vinceva li altri e l'ultimo solere.


E come, per sentir più dilettanza

bene operando, l'uom di giorno in giorno

s'accorge che la sua virtute avanza,


sì m'accors'io che 'l mio girare intorno

col cielo insieme avea cresciuto l'arco,

veggendo quel miracol più addorno.


E qual è 'l trasmutare in picciol varco

di tempo in bianca donna, quando 'l volto

suo si discarchi di vergogna il carco,


tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,

per lo candor de la temprata stella

sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.


Io vidi in quella giovial facella

lo sfavillar de l'amor che lì era,

segnare a li occhi miei nostra favella.


E come augelli surti di rivera,

quasi congratulando a lor pasture,

fanno di sé or tonda or altra schiera,


sì dentro ai lumi sante creature

volitando cantavano, e faciensi

or D, or I, or L in sue figure.


Prima, cantando, a sua nota moviensi;

poi, diventando l'un di questi segni,

un poco s'arrestavano e taciensi.


O diva Pegasea che li 'ngegni

fai gloriosi e rendili longevi,

ed essi teco le cittadi e ' regni,


illustrami di te, sì ch'io rilevi

le lor figure com'io l'ho concette:

paia tua possa in questi versi brevi!


Mostrarsi dunque in cinque volte sette

vocali e consonanti; e io notai

le parti sì, come mi parver dette.


'DILIGITE IUSTITIAM', primai

fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;

'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.


Poscia ne l'emme del vocabol quinto

rimasero ordinate; sì che Giove

pareva argento lì d'oro distinto.


E vidi scendere altre luci dove

era il colmo de l'emme, e lì quetarsi

cantando, credo, il ben ch'a sé le move.


Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi

surgono innumerabili faville,

onde li stolti sogliono agurarsi,


resurger parver quindi più di mille

luci e salir, qual assai e qual poco,

sì come 'l sol che l'accende sortille;


e quietata ciascuna in suo loco,

la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi

rappresentare a quel distinto foco.


Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;

ma esso guida, e da lui si rammenta

quella virtù ch'è forma per li nidi.


L'altra beatitudo, che contenta

pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,

con poco moto seguitò la 'mprenta.


O dolce stella, quali e quante gemme

mi dimostraro che nostra giustizia

effetto sia del ciel che tu ingemme!


Per ch'io prego la mente in che s'inizia

tuo moto e tua virtute, che rimiri

ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;


sì ch'un'altra fiata omai s'adiri

del comperare e vender dentro al templo

che si murò di segni e di martìri.


O milizia del ciel cu' io contemplo,

adora per color che sono in terra

tutti sviati dietro al malo essemplo!


Già si solea con le spade far guerra;

ma or si fa togliendo or qui or quivi

lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.


Ma tu che sol per cancellare scrivi,

pensa che Pietro e Paulo, che moriro

per la vigna che guasti, ancor son vivi.


Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro

sì a colui che volle viver solo

e che per salti fu tratto al martiro,


ch'io non conosco il pescator né Polo».

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