Canto XXIV

ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa». Ond'io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, che nel suo conio nulla mi s'inforsa».

Argomento del canto

Preghiera di Beatrice alle anime – San Pietro – Esame di Dante sulla fede – Compiacimento dei beati e di san Pietro.


Dopo le 15 del 31 marzo (o 14 aprile).

Io credo e lo dimostro

Beatrice si rivolge a quelle anime liete per pregarle di appagare l’immenso desiderio di beatitudine di Dante con qualche briciola di sapere che cade dalla loro mensa. Che lo dissetino, loro che bevono dalla fonte di quel desiderio che è Dio. Danzano differente-mente quelle anime, fiammando forte come comete e girando veloci e lente.

Dante nota un foco felice, bello e chiaro più degli altri che gira tre volte intorno a Beatrice con un canto tanto divino che nemmeno la fantasia può riprodurlo: “O santa sorella mia -dice la corona danzante- ci preghi sì divota e con ardente affetto da indurmi a staccarmi dal cerchio di fuoco”. E lei: “O luce etterna di san Pietro a cui Nostro Signor lasciò le chiavi, esamina costui, come ti piace, intorno de la fede. Se lui ama bene e bene spera e crede, non t’è nascosto. È ben che lui glorifichi la fede perché i civi di questo regno ne sono l’espressione”.

Come lo studente, nell’attesa che il maestro proponga la questione da dibattere, s’arma di argomentazioni per prepararsi alla discussione, così Dante s’arma d’ogne ragione mentre parla Beatrice. San Pietro chiede spirando che cosa è fede e Dante, ottenuta da Beatrice con un cenno l’autorizzazione a far conoscere i concetti che dentro gli rampollano, risponde: “Dio mi aiuti! O padre, come scrisse san Paolo, che insieme a te mise Roma sulla retta via, fede è fondamento delle cose sperate e prova di quelle che non si vedono”. Pietro approva, ma vuole che Dante chiarisca meglio. Lo fa con competenza teologica e filosofica. Pietro lo loda. Adesso vuole sapere se ha nella sua borsa la moneta della fede. Certo, ce l’ha lucida e tonda, dal conio indubitabile. Dalla luce profonda di Pietro, esce un’altra domanda: “La cara gioia della fede da dove ti venne?” “Dalle Sacre scritture ispirate dallo Spirito Santo, di fronte alle quali tutto il resto appare ottuso”. Ma Pietro incalza: “Come puoi essere sicuro che siano parola divina?”. “La prova sono i miracoli che ne seguirono” risponde Dante, ma non è ancora sufficiente.

Chi t’assicura che ci furono realmente? A documentarli c’è solo la Bibbia di cui stiamo proprio discutendo la verità”. Dante a questo punto utilizza un argomento a cui Pietro non replica più: il miracolo più grande è stato l’adesione del mondo al cristianesimo tanto più sorprendente per la povertà di Pietro, buon agricoltore della vite di Cristo, la Chiesa, ora degenerata in rovo.

I beati dell’alta corte santa lodano Dio e Pietro, quel cavaliere della fede che lo ha essaminato e approvato, vuole ora e conclusivamente sapere in che cosa Dante creda: “Io credo in uno Dio solo ed etterno, che tutto ‘l ciel move, senza lui stesso muoversi, con amore e disio. E credo in tre persone etterne, e queste credo essere una essenza, che è una e trina insieme. Me lo insegna anche la dottrina evangelica”.

Benedicendolo cantando, Pietro, appena Dante, come suo obbediente servo, tace, lo cinge tre volte sì nel dire gli è piaciuto.

Canto integrale

«O sodalizio eletto a la gran cena

del benedetto Agnello, il qual vi ciba

sì, che la vostra voglia è sempre piena,


se per grazia di Dio questi preliba

di quel che cade de la vostra mensa,

prima che morte tempo li prescriba,


ponete mente a l'affezione immensa

e roratelo alquanto: voi bevete

sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».


Così Beatrice; e quelle anime liete

si fero spere sopra fissi poli,

fiammando, a volte, a guisa di comete.


E come cerchi in tempra d'oriuoli

si giran sì, che 'l primo a chi pon mente

quieto pare, e l'ultimo che voli;


così quelle carole, differente-

mente danzando, de la sua ricchezza

mi facieno stimar, veloci e lente.


Di quella ch'io notai di più carezza

vid'io uscire un foco sì felice,

che nullo vi lasciò di più chiarezza;


e tre fiate intorno di Beatrice

si volse con un canto tanto divo,

che la mia fantasia nol mi ridice.


Però salta la penna e non lo scrivo:

ché l'imagine nostra a cotai pieghe,

non che 'l parlare, è troppo color vivo.


«O santa suora mia che sì ne prieghe

divota, per lo tuo ardente affetto

da quella bella spera mi disleghe».


Poscia fermato, il foco benedetto

a la mia donna dirizzò lo spiro,

che favellò così com'i' ho detto.


Ed ella: «O luce etterna del gran viro

a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,

ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,


tenta costui di punti lievi e gravi,

come ti piace, intorno de la fede,

per la qual tu su per lo mare andavi.


S'elli ama bene e bene spera e crede,

non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi

dov'ogne cosa dipinta si vede;


ma perché questo regno ha fatto civi

per la verace fede, a gloriarla,

di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».


Sì come il baccialier s'arma e non parla

fin che 'l maestro la question propone,

per approvarla, non per terminarla,


così m'armava io d'ogne ragione

mentre ch'ella dicea, per esser presto

a tal querente e a tal professione.


«Di', buon Cristiano, fatti manifesto:

fede che è? ». Ond'io levai la fronte

in quella luce onde spirava questo;


poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte

sembianze femmi perch'io spandessi

l'acqua di fuor del mio interno fonte.


«La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,

comincia' io, «da l'alto primipilo,

faccia li miei concetti bene espressi».


E seguitai: «Come 'l verace stilo

ne scrisse, padre, del tuo caro frate

che mise teco Roma nel buon filo,


fede è sustanza di cose sperate

e argomento de le non parventi;

e questa pare a me sua quiditate».


Allora udi' : «Dirittamente senti,

se bene intendi perché la ripuose

tra le sustanze, e poi tra li argomenti».


E io appresso: «Le profonde cose

che mi largiscon qui la lor parvenza,

a li occhi di là giù son sì ascose,


che l'esser loro v'è in sola credenza,

sopra la qual si fonda l'alta spene;

e però di sustanza prende intenza.


E da questa credenza ci convene

silogizzar, sanz'avere altra vista:

però intenza d'argomento tene».


Allora udi' : «Se quantunque s'acquista

giù per dottrina, fosse così 'nteso,

non lì avria loco ingegno di sofista».


Così spirò di quello amore acceso;

indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa

d'esta moneta già la lega e 'l peso;


ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».

Ond'io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,

che nel suo conio nulla mi s'inforsa».


Appresso uscì de la luce profonda

che lì splendeva: «Questa cara gioia

sopra la quale ogne virtù si fonda,


onde ti venne?». E io: «La larga ploia

de lo Spirito Santo, ch'è diffusa

in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,


è silogismo che la m'ha conchiusa

acutamente sì, che 'nverso d'ella

ogne dimostrazion mi pare ottusa».


Io udi' poi: «L'antica e la novella

proposizion che così ti conchiude,

perché l'hai tu per divina favella?».


E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,

son l'opere seguite, a che natura

non scalda ferro mai né batte incude».


Risposto fummi: «Di', chi t'assicura

che quell'opere fosser? Quel medesmo

che vuol provarsi, non altri, il ti giura».


«Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,

diss'io, «sanza miracoli, quest'uno

è tal, che li altri non sono il centesmo:


ché tu intrasti povero e digiuno

in campo, a seminar la buona pianta

che fu già vite e ora è fatta pruno».


Finito questo, l'alta corte santa

risonò per le spere un 'Dio laudamo'

ne la melode che là sù si canta.


E quel baron che sì di ramo in ramo,

essaminando, già tratto m'avea,

che a l'ultime fronde appressavamo,


ricominciò: «La Grazia, che donnea

con la tua mente, la bocca t'aperse

infino a qui come aprir si dovea,


sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;

ma or conviene espremer quel che credi,

e onde a la credenza tua s'offerse».


«O santo padre, e spirito che vedi

ciò che credesti sì, che tu vincesti

ver' lo sepulcro più giovani piedi»,


comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti

la forma qui del pronto creder mio,

e anche la cagion di lui chiedesti.


E io rispondo: Io credo in uno Dio

solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,

non moto, con amore e con disio;


e a tal creder non ho io pur prove

fisice e metafisice, ma dalmi

anche la verità che quinci piove


per Moisè, per profeti e per salmi,

per l'Evangelio e per voi che scriveste

poi che l'ardente Spirto vi fé almi;


e credo in tre persone etterne, e queste

credo una essenza sì una e sì trina,

che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.


De la profonda condizion divina

ch'io tocco mo, la mente mi sigilla

più volte l'evangelica dottrina.


Quest'è 'l principio, quest'è la favilla

che si dilata in fiamma poi vivace,

e come stella in cielo in me scintilla».


Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,

da indi abbraccia il servo, gratulando

per la novella, tosto ch'el si tace;


così, benedicendomi cantando,

tre volte cinse me, sì com'io tacqui,

l'appostolico lume al cui comando


io avea detto: sì nel dir li piacqui!

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