Canto VI

Diverse voci fanno dolci note; così diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote.

Argomento del canto

Discorso di Giustiniano: il volo dell’aquila, storia dell’impero – la condizione degli spiriti del cielo di Mercurio – Romeo di Villanova (1170 ca – 1250)


Tra le tre e le cinque pomeridiane del 30 marzo (o 13 aprile)

Un discorso lungo un canto

“Nel 330 l’imperatore Costantino portò l’aquila, l’uccel di Dio che è simbolo dell’impero, da Roma a Bisanzio e, quindi, da occidente a oriente contr’al corso del sole. Rimase ne lo estremo d’Europa cento e cent’anni più e da lì governò il mondo fino a arrivare nelle mie mani nel VI secolo. Cesare -imperatore- fui e son Iustiniano che misi in ordine le leggi. Fui a rischio di eresia, ma un papa benedetto mi indirizzò con le parole sue a la retta fede. Non appena con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque ispirarmi il lavoro di sistemazione delle leggi e al mio generale Belisario affidai una guerra così fortunata da indurmi alla pace.

Questa è la mia risposta alla prima tua domanda, ma la sua natura mi costringe a continuare perché tu veda come siano dannosi all’aquila, che è sacrosanto segno, sia chi la rivendica, i Ghibellini, sia chi vi si oppone, i Guelfi. Ascolta la sua storia virtuosa che l’ha fatta degna di reverenza da quando Enea, con la morte di giovani troiani, fondò Roma. Tu sai che cosa l’aquila fece a Roma: i sette regi, la vittoria sulle genti vicine, contro i Galli, contro Pirro, atterrò l’orgoglio de li Arabi vincendo i Cartaginesi, loro antenati, che di retro ad Anibale passaro le Alpi. Sotto il segno dell’aquila triunfaro Scipione e Pompeo. Cesare, che poco prima della nascita pacificatrice di Cristo, per voler di Roma si impossessò dell’aquila, vinse in Gallia, saltò il Rubicon, combatté in Spagna, al Nilo caldo, in Mauritania. Con il successore di Cesare, Ottaviano Augusto, Bruto e Cassio pagano ancora ne l’inferno, come Cleopatra, le conseguenze delle imprese dell’aquila. Con Ottaviano l’aquila corse infino al mar Rosso e assicurò al mondo pace. Ma la grandezza di queste e future imprese dell’aquila, a cui è sottoposto il regno mortal, si oscura se si pensa a quello che fece con il terzo Cesare, l’imperatore romano Tiberio che guadagnò gloria nel vendicare la collera divina per il peccato originale con la crocefissione di Cristo. Stupisciti di questo che sembra contradditorio: dopo, con l’imperatore Tito, l’aquila, distruggendo il tempio di Gerusalemme e punendo gli Ebrei, corse a far vendetta della morte di Cristo. Sotto le sue ali poi Carlo Magno soccorse la Santa Chiesa minacciata dai longobardi. Omai puoi giudicare Guelfi e Ghibellini che son la ragione di tutti vostri mali: gli uni al segno dell’aquila oppongono la bandiera della casa di Francia, gli altri se ne appropriano per farne emblema di un partito sì ch’è difficile vedere chi più sbagli. Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’altro segno i Guelfi non se ne approprino!

Questa piccola stella di Mercurio è abbellita da buoni spirti che son stati attivi per conquistare onore e fama: questo obiettivo ha un po’ deviato e indebolito i raggi del vero amore. La nostra letizia nasce dal fatto che il nostro premio è in giusta relazione con il nostro merto. Come in un coro diverse voci fanno dolci note così in Paradiso i diversi gradi di beatitudine producono dolce armonia. 

Ecco la luce di Romeo di cui la grande e bella opera fu mal gradita. Ministro di Ramondo Beringhiere, conte di Provenza, fece bene accasare le quattro figlie del suo signore e gli procurò guadagno, ma parole maldicenti costrinsero questo giusto ad andarsene povero e anziano. Se ‘l mondo sapesse il cuore ch’elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto, assai lo loda e più lo loderebbe.

Testo del canto

 

«Poscia che Costantin l'aquila volse

contr'al corso del ciel, ch'ella seguio

dietro a l'antico che Lavina tolse,


cento e cent'anni e più l'uccel di Dio

ne lo stremo d'Europa si ritenne,

vicino a' monti de' quai prima uscìo;


e sotto l'ombra de le sacre penne

governò 'l mondo lì di mano in mano,

e, sì cangiando, in su la mia pervenne.


Cesare fui e son Iustiniano,

che, per voler del primo amor ch'i' sento,

d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.


E prima ch'io a l'ovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

credea, e di tal fede era contento;


ma 'l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

mi dirizzò con le parole sue.


Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era,

vegg'io or chiaro sì, come tu vedi

ogni contradizione e falsa e vera.


Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;


e al mio Belisar commendai l'armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

che segno fu ch'i' dovessi posarmi.


Or qui a la question prima s'appunta

la mia risposta; ma sua condizione

mi stringe a seguitare alcuna giunta,


perché tu veggi con quanta ragione

si move contr'al sacrosanto segno

e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.


Vedi quanta virtù l'ha fatto degno

di reverenza; e cominciò da l'ora

che Pallante morì per darli regno.


Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora

per trecento anni e oltre, infino al fine

che i tre a' tre pugnar per lui ancora.


E sai ch'el fé dal mal de le Sabine

al dolor di Lucrezia in sette regi,

vincendo intorno le genti vicine.


Sai quel ch'el fé portato da li egregi

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

incontro a li altri principi e collegi;


onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi

ebber la fama che volontier mirro.


Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi

che di retro ad Annibale passaro

l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.


Sott'esso giovanetti triunfaro

Scipione e Pompeo; e a quel colle

sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.


Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle

redur lo mondo a suo modo sereno,

Cesare per voler di Roma il tolle.


E quel che fé da Varo infino a Reno,

Isara vide ed Era e vide Senna

e ogne valle onde Rodano è pieno.


Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

che nol seguiteria lingua né penna.


Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,

poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse

sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.


Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov'Ettore si cuba;

e mal per Tolomeo poscia si scosse.


Da indi scese folgorando a Iuba;

onde si volse nel vostro occidente,

ove sentia la pompeana tuba.


Di quel che fé col baiulo seguente,

Bruto con Cassio ne l'inferno latra,

e Modena e Perugia fu dolente.


Piangene ancor la trista Cleopatra,

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

la morte prese subitana e atra.


Con costui corse infino al lito rubro;

con costui puose il mondo in tanta pace,

che fu serrato a Giano il suo delubro.


Ma ciò che 'l segno che parlar mi face

fatto avea prima e poi era fatturo

per lo regno mortal ch'a lui soggiace,


diventa in apparenza poco e scuro,

se in mano al terzo Cesare si mira

con occhio chiaro e con affetto puro;


ché la viva giustizia che mi spira,

li concedette, in mano a quel ch'i' dico,

gloria di far vendetta a la sua ira.


Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:

poscia con Tito a far vendetta corse

de la vendetta del peccato antico.


E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.


Omai puoi giudicar di quei cotali

ch'io accusai di sopra e di lor falli,

che son cagion di tutti vostri mali.


L'uno al pubblico segno i gigli gialli

oppone, e l'altro appropria quello a parte,

sì ch'è forte a veder chi più si falli.


Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

sott'altro segno; ché mal segue quello

sempre chi la giustizia e lui diparte;


e non l'abbatta esto Carlo novello

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

ch'a più alto leon trasser lo vello.


Molte fiate già pianser li figli

per la colpa del padre, e non si creda

che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!


Questa picciola stella si correda

di buoni spirti che son stati attivi

perché onore e fama li succeda:


e quando li disiri poggian quivi,

sì disviando, pur convien che i raggi

del vero amore in sù poggin men vivi.


Ma nel commensurar d'i nostri gaggi

col merto è parte di nostra letizia,

perché non li vedem minor né maggi.


Quindi addolcisce la viva giustizia

in noi l'affetto sì, che non si puote

torcer già mai ad alcuna nequizia.


Diverse voci fanno dolci note;

così diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.


E dentro a la presente margarita

luce la luce di Romeo, di cui

fu l'ovra grande e bella mal gradita.


Ma i Provenzai che fecer contra lui

non hanno riso; e però mal cammina

qual si fa danno del ben fare altrui.


Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

Romeo, persona umìle e peregrina.


E poi il mosser le parole biece

a dimandar ragione a questo giusto,

che li assegnò sette e cinque per diece,


indi partissi povero e vetusto;

e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,


assai lo loda, e più lo loderebbe».

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