Canto VI

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!

Argomento del canto

La calca delle anime che chiedono le preghiere dei vivi – L’efficacia delle preghiere – Sordello e Virgilio – Apostrofe all’Italia e a Firenze


Attorno alle tre del pomeriggio del 27 marzo (o 10 aprile), Pasqua.

Italia, un giardino dimenticato

Dante si sente come il vincitore di un gioco a dadi allora popolare, il gioco della zara circondato com’è dalla calca di quelle anime che chiedono attenzione. Non s’arresta e, promettendo di portare loro notizie in terra volgendo la faccia or qua or , si libera di loro. Riconosce cinque toscani morti di morte violenta e un francese, Pier de la Broccia, assassinato innocente a corte. Tutte le ombre pregano che altri prieghino per loro per divenir sante in minor tempo accorciando la loro permanenza in purgatorio. Ma come questo può succedere se Virgilio nell’Eneide nega che le preghiere possano modificare un decreto del cielo? Lo chiede Dante che ben conosce l’opera del suo maestro. Se ben si guarda la questione con la mente sana, è facile capire che Virgilio si riferiva alle preghiere dei pagani che sono disgiunte da Dio: glielo spiegherà meglio Beatrice quando la vedrà su la vetta di questo monte ridere e felice. La risposta di Virgilio che evoca l’amata rende Dante desideroso di proseguire in fretta, preoccupato perché si avvicina la sera. Cammineranno finché sarà possibile con la luce, ma dovranno fermarsi durante la notte.

Ma ecco un’anima sola soletta che li guarda. Virgilio dice che ‘segnerà loro la via più rapida. La raggiungono. È il Mantovano Sordello, poeta del Duecento di grande eloquenza e dirittura morale: fiero e superbo, muove lentamente li occhi senza parlare come un leon quando si riposa. Solo Virgilio gli si avvicina pregandolo di mostrare la miglior salita. Non risponde, ma chiede la loro provenienza e la loro condizione. Appena sente ‘l dolce duca nominare Mantua, la sua terra, e lo riconosce suo concittadino, Sordello, prima in solitudine, si slancia verso di lui. Si abbracciano.

Questa scena di pace commuove profondamente Dante che conosce bene la guerra anche interna alle città del suo tempo e così si lascia andare ad una sofferta polemica sulla condizione dell’Italia, serva e luogo di dolore, nave sanza guida in gran tempesta, non dominatrice di popoli, ma prostituta. Che servono le leggi che ha dato all’Italia l’imperatore Iustiniano già nel VI secolo se nessuno la governa? Questa fiera capricciosa che è diventata l’Italia ha bisogno dell’imperatore in sella sui suoi arcioni e la Chiesa, contravvenendo a quanto Dio comanda, non deve reggere la sua briglia! Il giardin de lo imperio, l’Italia, è stato abbandonato e le famiglie nobili sono decadute. Venga l’imperatore Alberto d’Asbugo, crudel, a veder come Roma lo invoca e a veder la gente quanto s’ama! Sono forse gli occhi giusti di Dio rivolti altrove? O nel misterioso disegno divino si prepara un bene di cui non possiamo accorgerci? Le città d’Italia sono tutte piene di tiranni.

Il pensiero va subito, indignato e sarcastico, alla sua Fiorenza il cui popolo parla sempre di giustizia, un concetto, invece, da elaborare nel cuore prima di farne uno slogan. Tutti a Firenze ambiscono a cariche pubbliche che, invece, molti rifiutano conoscendone il peso. A Firenze, ricca, con pace e con senno, le leggi varate a ottobre non durano fino a mezzo novembre. Quante volte la città ha mutato legge, moneta, istituzioni, cittadini anche a causa degli alterni esili! La città sembra proprio un’inferma che continua a rigirarsi nel letto cercando inutilmente difesa al suo dolore.

Testo del canto

Quando si parte il gioco de la zara,


colui che perde si riman dolente,


repetendo le volte, e tristo impara;


 


con l'altro se ne va tutta la gente;


qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,


e qual dallato li si reca a mente;


 


el non s'arresta, e questo e quello intende;


a cui porge la man, più non fa pressa;


e così da la calca si difende.


 


Tal era io in quella turba spessa,


volgendo a loro, e qua e là, la faccia,


e promettendo mi sciogliea da essa.


 


Quiv'era l'Aretin che da le braccia


fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,


e l'altro ch'annegò correndo in caccia.


 


Quivi pregava con le mani sporte


Federigo Novello, e quel da Pisa


che fé parer lo buon Marzucco forte.


 


Vidi conte Orso e l'anima divisa


dal corpo suo per astio e per inveggia,


com'e' dicea, non per colpa commisa;


 


Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,


mentr'è di qua, la donna di Brabante,


sì che però non sia di peggior greggia.


 


Come libero fui da tutte quante


quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,


sì che s'avacci lor divenir sante,


 


io cominciai: «El par che tu mi nieghi,


o luce mia, espresso in alcun testo


che decreto del cielo orazion pieghi;


 


e questa gente prega pur di questo:


sarebbe dunque loro speme vana,


o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».


 


Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;


e la speranza di costor non falla,


se ben si guarda con la mente sana;


 


ché cima di giudicio non s'avvalla


perché foco d'amor compia in un punto


ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;


 


e là dov'io fermai cotesto punto,


non s'ammendava, per pregar, difetto,


perché 'l priego da Dio era disgiunto.


 


Veramente a così alto sospetto


non ti fermar, se quella nol ti dice


che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.


 


Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;


tu la vedrai di sopra, in su la vetta


di questo monte, ridere e felice».


 


E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,


ché già non m'affatico come dianzi,


e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».


 


«Noi anderem con questo giorno innanzi»,


rispuose, «quanto più potremo omai;


ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.


 


Prima che sie là sù, tornar vedrai


colui che già si cuopre de la costa,


sì che ' suoi raggi tu romper non fai.


 


Ma vedi là un'anima che, posta


sola soletta, inverso noi riguarda:


quella ne 'nsegnerà la via più tosta».


 


Venimmo a lei: o anima lombarda,


come ti stavi altera e disdegnosa


e nel mover de li occhi onesta e tarda!


 


Ella non ci dicea alcuna cosa,


ma lasciavane gir, solo sguardando


a guisa di leon quando si posa.


 


Pur Virgilio si trasse a lei, pregando


che ne mostrasse la miglior salita;


e quella non rispuose al suo dimando,


 


ma di nostro paese e de la vita


ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava


«Mantua...», e l'ombra, tutta in sé romita,


 


surse ver' lui del loco ove pria stava,


dicendo: «O Mantoano, io son Sordello


de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.


 


Ahi serva Italia, di dolore ostello,


nave sanza nocchiere in gran tempesta,


non donna di province, ma bordello!


 


Quell'anima gentil fu così presta,


sol per lo dolce suon de la sua terra,


di fare al cittadin suo quivi festa;


 


e ora in te non stanno sanza guerra


li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode


di quei ch'un muro e una fossa serra.


 


Cerca, misera, intorno da le prode


le tue marine, e poi ti guarda in seno,


s'alcuna parte in te di pace gode.


 


Che val perché ti racconciasse il freno


Iustiniano, se la sella è vota?


Sanz'esso fora la vergogna meno.


 


Ahi gente che dovresti esser devota,


e lasciar seder Cesare in la sella,


se bene intendi ciò che Dio ti nota,


 


guarda come esta fiera è fatta fella


per non esser corretta da li sproni,


poi che ponesti mano a la predella.


 


O Alberto tedesco ch'abbandoni


costei ch'è fatta indomita e selvaggia,


e dovresti inforcar li suoi arcioni,


 


giusto giudicio da le stelle caggia


sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,


tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!


 


Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,


per cupidigia di costà distretti,


che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.


 


Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,


Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:


color già tristi, e questi con sospetti!


 


Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura


d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;


e vedrai Santafior com'è oscura!


 


Vieni a veder la tua Roma che piagne


vedova e sola, e dì e notte chiama:


«Cesare mio, perché non m'accompagne?».


 


Vieni a veder la gente quanto s'ama!


e se nulla di noi pietà ti move,


a vergognar ti vien de la tua fama.


 


E se licito m'è, o sommo Giove


che fosti in terra per noi crucifisso,


son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?


 


O è preparazion che ne l'abisso


del tuo consiglio fai per alcun bene


in tutto de l'accorger nostro scisso?


 


Ché le città d'Italia tutte piene


son di tiranni, e un Marcel diventa


ogne villan che parteggiando viene.


 


Fiorenza mia, ben puoi esser contenta


di questa digression che non ti tocca,


mercé del popol tuo che si argomenta.


 


Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca


per non venir sanza consiglio a l'arco;


ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.


 


Molti rifiutan lo comune incarco;


ma il popol tuo solicito risponde


sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».


 


Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:


tu ricca, tu con pace, e tu con senno!


S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.


 


Atene e Lacedemona, che fenno


l'antiche leggi e furon sì civili,


fecero al viver bene un picciol cenno


 


verso di te, che fai tanto sottili


provedimenti, ch'a mezzo novembre


non giugne quel che tu d'ottobre fili.


 


Quante volte, del tempo che rimembre,


legge, moneta, officio e costume


hai tu mutato e rinovate membre!


 


E se ben ti ricordi e vedi lume,


vedrai te somigliante a quella inferma


che non può trovar posa in su le piume,


 


ma con dar volta suo dolore scherma.

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