Canto VIII

Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Argomento del canto

La preghiera delle anime al tramonto – I due angeli – Nino Visconti – Le tre stelle delle virtù teologali – Il serpente e la sua fuga – Corrado Malaspina e profezia dell’accoglienza di Dante in Lunigiana ai tempi del suo esilio.


Tramonto del 27 marzo (o 10 aprile), Pasqua.

Mala striscia e verdi ali

È il tramonto, l’ora che ‘ntenerisce il core ai navicanti c’han detto addio ai dolci amici e a chi è appena partito se ode una campana di lontano che sembra pianger il giorno che muore. Una de l’alme in piedi fa un cenno con la mano per essere ascoltata. Congiunge le palme, le alza e fissa li occhi, tutta concentrata, verso l’oriente cantando devotamenteTe lucis ante”: Dante per la dolcezza si smemora di se stesso. L’altre anime si uniscono a lei per tutto l’intero inno.

Dobbiamo ben aguzzare li occhi al vero – ci ammonisce Dante – perché è facile trapassare dentro ‘l velo sottile che copre il significato di questo episodio.

Le anime tacciono. Guardano in súe pallide e umili, quasi aspettando, quando Dante vede scendere giúe due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte. Hanno veste di un verde di fogliette appena nate, agitate da ali anche loro verdi. Uno si ferma poco sopra di loro e l’altro sul lato opposto della picciola vallea. Si distingue bene la testa bionda, ma ne la faccia l’occhio si smarrisce. È Sordello a spiegare che i due angeli vegnon del grembo di Maria a guardia de la valle per difenderla dal serpente che verrà. Dante, tutto gelato dalla paura, si accosta stretto alle fidate spalle di Virgilio.

È sempre Sordello a invitare i due poeti a scendere tra le grandi ombre e a parlare ad esse. C’è un’ombra che osserva Dante con insistenza. L’aere già s’annera, ma non tanto da impedire il riconoscimento reciproco. Si fanno incontro: gentile giudice Nin, che piacere per Dante saperlo non tra ’ rei dell’inferno! Si salutano cordiali, con amicizia. Dante deve aver incontrato il pisano Nino Visconti, signore della Gallura, a Firenze prima che morisse alla fine del 1200. Nino vuole sapere quando l’amico sia arrivato morto a pié del monte del purgatorio e Dante lo informa di essere passato per l’inferno e di essere ancora nella sua prima vita terrena in viaggio per conquistare quella eterna. Tutti, compreso Sordello che si volge a Virgilio, sembrano smarriti a questa rivelazione. “Currado, vieni a veder che grazia ha concesso Dio!” Nino esorta così un’anima. Si rivolge poi a Dante: invoca preghiere da sua figlia Giovanna dal momento che non crede che la moglie l’ami più essendosi sposata, solo dopo due anni dalla sua morte, con un Visconti di Milano. Misuratamente avvampato da un onesto sentimento, spiega che in femmina il foco d’amor dura poco se non l’accende spesso l’occhio o ‘l tatto.

Mentre gli occhi ghiotti di Dante guardano tre stelle che nel nostro emisfero non si vedono, Sordello indica con il dito l’arrivo della biscia, la mala striscia, forse quella che diede ad Eva la mela: è il diavolo, il nostro avversaro che avanza tra l’erba e ‘ fior muovendo la testa e leccandosi il dosso. I due angeli, con le verdi ali, si muovono veloci, come rapaci. Il serpente fugge e gli angeli ritornano iguali al loro posto.

L’anima richiamata da Nino ha continuato a fissare Dante a cui augura di arrivare in Paradiso. Vuole avere notizie della Val di Magra di cui era potente signore. Si presenta come Currado Malaspina che amò tanto la sua famiglia da doversi qui purificare. Dante non ha mai frequentato quella terra, ma ne conosce, come tutta Europa, la fama di generosità e valore. La famiglia dei Malaspina va da sola, nel mondo malvagio, per la dritta via. Non passeranno sette anni -profetizza Currado- che questa cortese opinione di Dante gli sarà inchiodata in testa con l’esperienza diretta, se il corso del cielo non s’arresta.

Testo del canto

 

Era già l'ora che volge il disio

ai navicanti e 'ntenerisce il core

lo dì c'han detto ai dolci amici addio;


e che lo novo peregrin d'amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;


quand'io incominciai a render vano

l'udire e a mirare una de l'alme

surta, che l'ascoltar chiedea con mano.


Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l'oriente,

come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.


'Te lucis ante' sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;


e l'altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l'inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.


Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché 'l velo è ora ben tanto sottile,

certo che 'l trapassar dentro è leggero.


Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe

quasi aspettando, palido e umìle;


e vidi uscir de l'alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.


Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.


L'un poco sovra noi a star si venne,

e l'altro scese in l'opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.


Ben discernea in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l'occhio si smarria,

come virtù ch'a troppo si confonda.


«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».


Ond'io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m'accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.


E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazioso fia lor vedervi assai».


Solo tre passi credo ch'i' scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.


Temp'era già che l'aere s'annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.


Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ' rei!


Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant'è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».


«Oh!», diss'io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l'altra, sì andando, acquisti».


E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.


L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».


Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,


quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li 'nnocenti si risponde.


Non credo che la sua madre più m'ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.


Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d'amor dura,

se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.


Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com'avria fatto il gallo di Gallura».


Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.


Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.


E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che 'l polo di qua tutto quanto arde».


Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov'eran quelle».


Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché 'n là guardasse.


Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.


Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso

leccando come bestia che si liscia.


Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestiali;

ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.


Sentendo fender l'aere a le verdi ali,

fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.


L'ombra che s'era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.


«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant'è mestiere infino al sommo smalto»,


cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.


Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l'antico, ma di lui discesi;

a' miei portai l'amor che qui raffina».


«Oh!», diss'io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch'ei non sien palesi?


La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;


e io vi giuro, s'io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.


Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».


Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca

sette volte nel letto che 'l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,


che cotesta cortese oppinione

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d'altrui sermone,


se corso di giudicio non s'arresta».





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