Canto XXVIII

Già m'avean trasportato i lenti passi dentro a la selva antica tanto, ch'io non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;

Argomento del canto

La divina foresta del Paradiso terrestre – Una donna sorridente – La natura del luogo e i due fiumi


Mattina del 30 marzo (o 13 aprile)

Sulla soglia tra cielo e terra

Dante, desideroso di cercare dentro e dintorno, si ritrova all’alba a camminare lento lento in una divina foresta, spessa di alberi e viva. Profuma d’ogni parte e un’aura dolce di soave vento colpisce le fronde con gli augelletti indisturbati sulle cime che cantano intra le foglie come succede per la pineta in su ‘l lito di Chiassi. È già tanto dentro a la selva antica da non poterne rivedere l’ingresso quando gli blocca il passo un rio. Sebbene le sue acque siano sotto un’ombra perpetua, sembrano trasparenti come sulla terra non ce ne sono. Dante si ferma e guarda ammirato al di là dal fiumicello la gran variazione colorata dei rami fioriti quand’ecco lo distoglie da quella visione l’apparizione di una donna soletta che se ne va cantando e scegliendo fior da fiore.

Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore ti scaldi, fatti avanti tanto ch’io possa intendere ciò che tu canti”: così la invoca Dante e lei, come donna che balli, si volge verso di lui sui fiori vermigli e sui gialli in modo da raggiungerlo con ‘l dolce suono della sua voce. Alla riva del fiume gli fa dono di alzare gli occhi su di lui sorridendo. Con le sue mani intreccia fiori di più color che qui nascono spontaneamente. Li separa il fiume largo tre passi che Dante sente un freno odioso. È lei che si rivolge ai tre poeti: “Forse, voi che siete nuovi, vi maravigliate perch’io sorrido in questo luogo eletto nido dell’umana natura, ma la mia gioia è gratitudine a Dio per questo Paradiso terrestre. Tu che se’ dinnanzi e mi hai chiamato, di’ s’altro vuoli udir”. Dante, in effetti, non si spiega il movimento del vento e dell’acqua che qui percepisce: non gli ha appena detto Stazio che nessuna perturbazione terrena supera la porta del purgatorio?


Questo -risponde la donna- è il luogo creato da Dio, sommo bene, per l’uomo che vi dimorò poco a causa del suo peccato: il monte del purgatorio è tanto alto che risente non del moto della terra, ma del ciel. È quel moto che percuote e fa risonar la selva folta d’alberi. L’acqua di questo fiume surge non da falda, ma da fontana salda e certa voluta da Dio e distinta in due parti, una ha la facoltà di togliere la memoria del peccato e l’altra rende quella d’ogne bene fatto. La prima si chiama Letè, la seconda Eunoè e va gustata per ultima. La donna aggiunge per grazia -sa che potrebbe fare a meno- un corollario sugli antichi che poetarono l’età dell’oro: questo fu forse il luogo da loro immaginato di un’eterna primavera per un’umanità innocente.


Si compiacciono sorridendo Virgilio e Stazio che ascoltano da dietro. Dopo uno sguardo a loro, Dante rivolge ancora il viso a la bella donna.

Testo del canto

Vago già di cercar dentro e dintorno

la divina foresta spessa e viva,

ch'a li occhi temperava il novo giorno,


sanza più aspettar, lasciai la riva,

prendendo la campagna lento lento

su per lo suol che d'ogne parte auliva.


Un'aura dolce, sanza mutamento

avere in sé, mi feria per la fronte

non di più colpo che soave vento;


per cui le fronde, tremolando, pronte

tutte quante piegavano a la parte

u' la prim'ombra gitta il santo monte;


non però dal loro esser dritto sparte

tanto, che li augelletti per le cime

lasciasser d'operare ogne lor arte;


ma con piena letizia l'ore prime,

cantando, ricevieno intra le foglie,

che tenevan bordone a le sue rime,


tal qual di ramo in ramo si raccoglie

per la pineta in su 'l lito di Chiassi,

quand'Eolo scilocco fuor discioglie.


Già m'avean trasportato i lenti passi

dentro a la selva antica tanto, ch'io

non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;


ed ecco più andar mi tolse un rio,

che 'nver' sinistra con sue picciole onde

piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.


Tutte l'acque che son di qua più monde,

parrieno avere in sé mistura alcuna,

verso di quella, che nulla nasconde,


avvegna che si mova bruna bruna

sotto l'ombra perpetua, che mai

raggiar non lascia sole ivi né luna.


Coi piè ristretti e con li occhi passai

di là dal fiumicello, per mirare

la gran variazion d'i freschi mai;


e là m'apparve, sì com'elli appare

subitamente cosa che disvia

per maraviglia tutto altro pensare,


una donna soletta che si gia

e cantando e scegliendo fior da fiore

ond'era pinta tutta la sua via.


«Deh, bella donna, che a' raggi d'amore

ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti

che soglion esser testimon del core,


vegnati in voglia di trarreti avanti»,

diss'io a lei, «verso questa rivera,

tanto ch'io possa intender che tu canti.


Tu mi fai rimembrar dove e qual era

Proserpina nel tempo che perdette

la madre lei, ed ella primavera».


Come si volge, con le piante strette

a terra e intra sé, donna che balli,

e piede innanzi piede a pena mette,


volsesi in su i vermigli e in su i gialli

fioretti verso me, non altrimenti

che vergine che li occhi onesti avvalli;


e fece i prieghi miei esser contenti,

sì appressando sé, che 'l dolce suono

veniva a me co' suoi intendimenti.


Tosto che fu là dove l'erbe sono

bagnate già da l'onde del bel fiume,

di levar li occhi suoi mi fece dono.


Non credo che splendesse tanto lume

sotto le ciglia a Venere, trafitta

dal figlio fuor di tutto suo costume.


Ella ridea da l'altra riva dritta,

trattando più color con le sue mani,

che l'alta terra sanza seme gitta.


Tre passi ci facea il fiume lontani;

ma Elesponto, là 've passò Serse,

ancora freno a tutti orgogli umani,


più odio da Leandro non sofferse

per mareggiare intra Sesto e Abido,

che quel da me perch'allor non s'aperse.


«Voi siete nuovi, e forse perch'io rido»,

cominciò ella, «in questo luogo eletto

a l'umana natura per suo nido,


maravigliando tienvi alcun sospetto;

ma luce rende il salmo Delectasti,

che puote disnebbiar vostro intelletto.


E tu che se' dinanzi e mi pregasti,

dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta

ad ogne tua question tanto che basti».


«L'acqua», diss'io, «e 'l suon de la foresta

impugnan dentro a me novella fede

di cosa ch'io udi' contraria a questa».


Ond'ella: «Io dicerò come procede

per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,

e purgherò la nebbia che ti fiede.


Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,

fé l'uom buono e a bene, e questo loco

diede per arr'a lui d'etterna pace.


Per sua difalta qui dimorò poco;

per sua difalta in pianto e in affanno

cambiò onesto riso e dolce gioco.


Perché 'l turbar che sotto da sé fanno

l'essalazion de l'acqua e de la terra,

che quanto posson dietro al calor vanno,


a l'uomo non facesse alcuna guerra,

questo monte salìo verso 'l ciel tanto,

e libero n'è d'indi ove si serra.


Or perché in circuito tutto quanto

l'aere si volge con la prima volta,

se non li è rotto il cerchio d'alcun canto,


in questa altezza ch'è tutta disciolta

ne l'aere vivo, tal moto percuote,

e fa sonar la selva perch'è folta;


e la percossa pianta tanto puote,

che de la sua virtute l'aura impregna,

e quella poi, girando, intorno scuote;


e l'altra terra, secondo ch'è degna

per sé e per suo ciel, concepe e figlia

di diverse virtù diverse legna.


Non parrebbe di là poi maraviglia,

udito questo, quando alcuna pianta

sanza seme palese vi s'appiglia.


E saper dei che la campagna santa

dove tu se', d'ogne semenza è piena,

e frutto ha in sé che di là non si schianta.


L'acqua che vedi non surge di vena

che ristori vapor che gel converta,

come fiume ch'acquista e perde lena;


ma esce di fontana salda e certa,

che tanto dal voler di Dio riprende,

quant'ella versa da due parti aperta.


Da questa parte con virtù discende

che toglie altrui memoria del peccato;

da l'altra d'ogne ben fatto la rende.


Quinci Letè; così da l'altro lato

Eunoè si chiama, e non adopra

se quinci e quindi pria non è gustato:


a tutti altri sapori esto è di sopra.

E avvegna ch'assai possa esser sazia

la sete tua perch'io più non ti scuopra,


darotti un corollario ancor per grazia;

né credo che 'l mio dir ti sia men caro,

se oltre promession teco si spazia.


Quelli ch'anticamente poetaro

l'età de l'oro e suo stato felice,

forse in Parnaso esto loco sognaro.


Qui fu innocente l'umana radice;

qui primavera sempre e ogne frutto;

nettare è questo di che ciascun dice».


Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto

a' miei poeti, e vidi che con riso

udito avean l'ultimo costrutto;


poi a la bella donna torna' il viso.





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