Mostra di Francesco Visentini a Pontedilegno
Eventi
02/08/2026
La mostra Pasture da pigliare occhi - illustrazioni della Commedia di Francesco Visentini si tiene dal 4 al 9 agosto presso l'Istituto Comprensivo di Pontedilegno. Aperta tutti i giorni dalle 15 alle 19. Inaugurazione il giorno 4 agosto alle ore 16.

La mostra è un'antologica delle cento illustrazioni, una per canto, che sono state realizzare dal giovane artista bresciano Francesco Visentini e che saranno presentate all'inaugurazione della mostra alle ore 16 del 4 agosto 2026 dal dantista Gianfranco Bondioni.
Ecco come Gianfranco Bondioni ne scrive:
Che per parlare delle incisioni dedicate da Francesco Visentini alla Commedia si inizi dai colori può apparire strano perché essi sono pochissimi nelle stampe, sono solo tre, il nero, il bianco e il blu. Ma rivelano immediatamente quale sia la lettura dell’opera dantesca che ci viene presentata.
Il nero e il bianco sono i colori dell’Inferno, a volte il bianco fa da sfondo alla figura nera, a volte è il contrario, quasi si trattasse di vasi greci. In ogni caso il nero è il colore che Dante stesso aveva specificatamente riservato al primo regno, è il corrispettivo oggettivo del privato inferno che ciascuno si è creato, la manifestazione esteriore delle anime più nere: non è un caso che, come già detto, a volte il nero è riservato proprio alle anime stesse. Il poeta ripete in continuazione che la giustizia divina è così rispettosa dell’umana libertà di scelta da assegnare a ciascuno il posto che si è “prenotato” (o meglio creato) con le proprie azioni. Nero e bianco non sbavano fra di loro, la scelta è netta.
Il blu e il bianco sono i colori del Purgatorio. Ma il blu varia nel regno in cui vigono le leggi del tempo e non dell’eternità, è forte e intenso all’inizio, ai piedi della montagna e dove maggiore è la colpa e via via si fa azzurro, anzi celeste se vogliamo giocare sulla pluralità di significati dell’aggettivo. La variazione di colore non c’è nelle stampe dedicate alle altre due cantiche: esse non mutano, non presentano il progresso e l’emancipazione che sono caratteristiche del solo purgatorio, non a caso così simile alla terra. È noto che gran parte delle caratteristiche che il purgatorio ha assunto nella tradizione cristiana derivano proprio dalle scelte operate da Dante: ai suoi tempi era un regno appena nato, i teologi discutevano dove fosse e come fosse, Tommaso d’Aquino stesso lo immagina assai simile all’inferno, sotterraneo, con diavoli punitori. Dante lo libera, caccia i demoni per sostituirli con gli angeli, lo pone nell’aria libera e lo inonda della luce del sole. Il blu che si fa celeste rivela l’itinerario verso il cielo, verso la perfezione e la riconquista dell’umano dopo l’errore e il suo superamento.
Il bianco e il bianco sono i colori del Paradiso: Dante ha davanti il problema di rappresentare con arte realistica ciò che per definizione non è rappresentabile, ciò che è pura luce, cioè pura spiritualità. Per quasi trenta canti ci presenta il paradiso “come non è” in una grande messa in scena effimera in cui i beati si dispongono provvisoriamente nelle sfere celesti per indicare con tale differenziazione di luogo e di luce la loro unità nel divino. Poi nei canti finali il grande teatro scompare, esiste solo la luce che è luce intellettual piena d’amore, cioè la luce è ragione e amore, principio di vita, carità. Visentini non si sottrae alla sfida della terza cantica e ci presenta un paradiso in bianco su bianco, cioè in luce su luce, con un’operazione di grande difficoltà teoretica e tecnica nella sua realizzazione.
Anche la scelta da parte dell’artista dei soggetti con cui decide di rappresentare un luogo, un personaggio, una situazione è di grande interesse. In primo luogo c’è sempre un riferimento al testo, a un passo specifico, a un gruppo di versi. Ma questo non significa che la scelta di Visentini cada su quanto il “secolare commento” per parole e per immagini della Commedia ha consacrato e neppure su quanto Dante stesso pone esplicitamente come il punto centrale (o uno dei punti centrali) di quel canto. Certo ci sono casi in cui il tema posto da Dante come centrale viene ripreso nella stampa: così è nel caso del confronto fra Dante e Farinata nel decimo dell’Inferno o dell’arrivo della barca guidata dall’angelo nel secondo del Purgatorio, per fare solo due esempi. Ma spesso si preferisce rappresentare un particolare della narrazione, magari presente in una similitudine o in una metafora: lo scontro fra gli avari e i prodighi nel settimo canto dell’Inferno è paragonato allo scontro delle onde fra Scilla e Cariddi e Visentini non ci dà le due schiere di dannati ma i soli flutti in contrasto; l’estrema caducità della gloria umana è rappresentato da un rametto con una foglia superstite, conformemente ai versi 91-92 di Pg. 11 o l’affollarsi delle anime di Pg. 24, 64-67 dagli augei che vernan lungo ‘l Nilo o, per concludere, l’aquila della giustizia è Quale allodetta che ‘n aere si spazia in Pd. XX 73. Si potrebbe continuare per tutti cento canti e le cento stampe e mostrare allora come a volte alla base dell’immagine sta un personaggio, oppure un luogo evocato, dai ruscelletti dell’Appennino alla cerchia di Monteriggioni-giganti, oppure ancora ci sta la geometria (dalla costruzione matematica delle Malebolge al tetragono ai cerchi della geometria impossibile dell’ultimo canto), una singola parola, un importante concetto teologico.
Ci sono casi in cui la citazione di artisti del passato o del presente è evidente e indica percorsi interpretativi importanti e riferimenti evidentemente voluti: è il caso del richiamo a Louise Bourgeois non solo, evidentissimo, nella stampa relativa a If. 21 ma anche in If. 5, o ai richiami all’espressionismo (If. 8, 19, 33…). Alcune geometrie circolari del Paradiso (23, 28, 33) riprendono le astrazioni luminose con cui Botticelli ha rappresentato i canti della terza cantica, per alcune figurazioni animali le cattedrali gotiche possono aver offerto notevoli suggestioni.
In questo veloce elenco di riferimenti bisogna anche indicare quello che non c’è: non c’è la tradizione illustrativa più nota della Commedia, quella che trova in Dorè il suo nome più famoso, ma anche Nattini o Scaramuzza, sono del tutto assenti. C’è un motivo preciso di tale assenza: Visentini non vuole “illustrare” la Commedia e, contemporaneamente, non vuole partire pretestuosamente da essa per poi parlare d’altro, usarla per esprimere idee e opinioni importanti fin che si vuole ma che potrebbero benissimo essere espressi con riferimenti più pertinenti. Si può riferire all’opera di Visentini su Dante quanto dice dei propri disegni di soggetto dantesco Mimmo Paladino: il tentativo è quello di far emergere con la poesia delle immagini ciò che le parole di un commento non riescono a far cogliere proprio perché non sono poesia. Insomma è la volontà di aggiungere poesia a poesia.
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